Nba 2013/14: manuale d’uso della Western Conference

Se nella Eastern Conference dell’Nba la situazione è abbastanza ben definita (almeno sulla carta), ad ovest è difficile fare previsioni certe sull’andamento della stagione. La situazione è molto fluida e ricca di spunti interessanti, per cui riassumerla in poco spazio è complicato.

Proviamo a partire da quelle che dovrebbero essere le situazioni maggiormente definite, quelle che negli ultimi anni hanno rappresentato una costante ad alti livelli: Oklahoma City e San Antonio . Gli uomini di Scott Brooks ripartono dalla brutta eliminazione in semifinale di Conference contro Memphis, consapevoli del fatto di non avere più scuse per rimandare ancora la caccia al titolo. Durant è ormai, se non il primo, il secondo miglior giocatore della lega, e col rientro di Westbrook andrà a ricomporre quella che è la coppia più produttiva dell’Nba in termini di punti segnati. Ma in che condizioni sarà l’esplosivo play ex Ucla? Senza un Westbrook in piena condizione i Thunder perdono tanto, e il seppur bravo Reggie Jackson (quasi 15 punti, 4.6 rimbalzi e 3.9 assist negli scorsi playoff) non sembra in grado di poterlo sostituire da titolare. Perkins non è più quello dei bei tempi (ci sono voci che parlano di un possibile utilizzo dell’Amnesty clause per lui) e sotto le plance le speranze sono nelle mani e nei muscoli di Serge Ibaka, secondo miglior stoppatore della lega e in costante progresso, e del giovane centro neozelandese Steven Adams, che in preseason ha fatto intravedere buone qualità. Se anche Jeremy Lamb mostrerà alcune delle doti che aveva fatto intravedere ai tempi di Uconn, allora ecco che le prospettive appaiono già più rosee.

Dubbi diversi riguardano gli Spurs, che ogni anno vengono dati per finiti e ogni anno risorgono come l’araba fenice. Dopo essere andati a un tiro di Ray Allen dal titolo gli speroni hanno lasciato andare Gary Neal per aggiungere al roster il nostro Marco Belinelli. La guardia di San Giovanni in Persiceto avrà minuti e responsabilità anche in regia, con il compito di far rifiatare Parker e Ginobili. Proprio dal “contusion” e dalle condizioni fisiche di Duncan passa gran parte della stagione. Entrambi sono capaci, sulla singola partita, di essere ancora decisivi, ma dopo la delusione della serie finale dello scorso anno avranno ancora i giusti stimoli per ricominciare a combattere? Se la condizione fisica li assiste non è possibile escluderli dalla lotta per la leadership della Western Conference, anche perchè con un Tony Parker versione leader, l’ex “New Jersey Gangsta” Danny Green tra i migliori tiratori della lega e un Kawhi Leonard sul punto di esplodere definitivamente, difendere su di loro è davvero difficile.

A contendere il trono di regina della Western conference ai due team sopra citati dovrebbero esserci Clippers, Rockets e Grizzlies. La seconda squadra di Los Angeles sembra finalmente aver fatto il passo giusto in avanti, assoldando un leader come Doc Rivers per la panchina. L’ex coach dei Celtics è l’uomo giusto quando c’è da creare un gruppo vincente, e grazie alla sua abilità di entrare sottopelle ai giocatori può creare quella cultura della vittoria e del sacrificio che ai Clips è sempre mancata. Anche per Chris Paul avere un coach diverso da Del Negro può essere uno stimolo, visto che non potrà più avere carta bianca come prima e andrà a confrontarsi con un allenatore in grado di impartire precise direttive: va bene l’improvvisazione “jazzistica” sul parquet, in cui Cp3 è maestro, ma solo se inserita in un sistema ben definito. Quest’anno c’è anche una batteria di tiratori nutrita, che include Redick, Barnes e l’ex Laker Jamison. L’ultimo tassello è quello del reparto lunghi: Griffin e Jordan devono mostrare miglioramenti nel loro gioco, troppo limitato alla componente atletica (anche se straordinaria).

Grizzlies e Houston invece hanno problemi opposti: sotto canestro possono contare su coppie di lunghi sulla carta tra i più dominanti della Western Conference, mentre qualche dubbio proviene dal backcourt. Memphis grazie al duo Gasol-Randolph è arrivata in finale di conference, Houston ha due centri come Asik e il neo arrivato Howard che secondo le idee del Gm Daryl Morey potrebbero anche coesistere (non si sa come, vista la dimensione esclusivamente interna di entrambi). Però se si guarda al settore play-guardie, in entrambi i casi è possibile notare delle mancanze non indifferenti. Mike Conley da un lato e James Harden dall’altro sono due tra i migliori nei loro ruoli, ma intorno a loro c’è una certa scarsità di risorse. I Grizzlies hanno un difensore arcigno come Tony Allen, attaccante poco affidabile, e il cavallo di ritorno Mike Miller, che però difficilmente può reggere una stagione intera, Houston invece in cabina di regia e al tiro si affida alle lune di Jeremy Lin e alle qualità di Beverley, Casspi, Garcia e del redivivo Aaron Brooks, tornato nella squadra dove qualche stagione addietro si rivelò tra i migliori interpreti nel ruolo, prima di cadere nel dimenticatoio. Gran parte del destino delle due squadre dipenderà da come il reparto dei “piccoli” riuscirà a integrarsi con quello dei lunghi, ma le premesse sembrano essere davvero buone in entrambi i casi.

Tra le possibili contender un posto importante spetta al progetto dei Golden State Warriors, che con l’acquisizione di Andrè Iguodala hanno un roster completo in tutti i reparti. La squadra di Steph Curry può ambire ai primi posti se i lunghi Bogut e Lee rimarranno fuori dai problemi fisici avuti negli ultimi tempi, e ci si aspetta un salto di qualità dallo stesso Curry (sperando che la caviglia non lo tormenti) e da Klay Thompson. Coach Marc Jackson li ha definiti “uno dei migliori backcourt di sempre”, sta a loro dimostrare che la frase non è solo un’iperbole utilizzata per motivarli.

Per gli altri posti ai playoff della Western Conference di quest’anno la lotta potrebbe essere allargata ad altre 4 o 5 squadre, visto anche l’andamento delle scorse stagioni. Dallas si è rinforzata con Monta Ellis ma ha l’incognita Dirk, Portland ha aggiunto qualità a una panchina tra le peggiori della lega e spera di recuperare il leader Lamarcus Aldridge dopo i numerosi acciacchi fisici, oltre a poter contare sul fenomenale talento di Damian Lillard (che dovrà riconfermarsi dopo la pazzesca stagione da Rookie). Anche per Minnesota vale un discorso simile a quello dei Blazers: squadra talentuosa, con un roster giovane e lungo guidato dalla stella di Kevin Love e dalla fantasia di Ricky Rubio. Coach Adelman ha tra le mani una squadra davvero interessante, sta a lui farla rendere al meglio. Attenzione anche a Pekovic, Shved e alla vena di Kevin Martin, che nelle stagioni con Adelman a Sacramento e Houston ha sempre fatto ottime cose, andando anche oltre i 20 di media.

Le possibili outsider potrebbero essere Denver e New Orleans. I Nuggets, dopo l’addio del loro allenatore-totem George Karl e di Iguoadala l’arrivo del delfino di Phil Jackson, Brian Shaw, e di “Kriptonate” Robinson, sembrano meno competitivi dello scorso anno. Ma attenzione comunque a loro, perchè la squadra è sempre profondissima e il ritorno di Gallinari al massimo della forma, unito alla presenza dei vari Lawson, Chandler e Faried può, renderli la mina vagante della conference. Giocare ai 1600 e passa metri di altezza del Pepsi Center è sempre un problema per gli avversari, e poi c’è Javale…
I Pelicans (non più Hornets da quest’anno) possono inserirsi nella lotta se trovano la giusta alchimia tra i loro giovani e se Anthony Davis mostrerà i miglioramenti che ci si aspettano da un super talento come lui. Il reparto guardie composto da Gordon, Holiday e Tyreke Evans è davvero tra i migliori della lega come talento puro, ma uno di loro forzatamente dovrà partire dalla panchina. Il progetto nelle mani di Monty Williams è davvero interessante, vedremo se il coach riuscirà a sfruttare il grande potenziale di cui dispone il suo roster.

Discorso a parte meritano i Lakers. Le ultime stagioni non sono state a livello del loro nome, e anche quest’anno per Mike D’Antoni le speranze per una stagione positiva non sono molte. Kobe sta recuperando dal grave infortunio al tendine d’achille, ma allo stato attuale non si conoscono ancora i tempi per un suo recupero a pieno regime. Gli arrivi non sono di quelli da mettersi le mani nei capelli e l’addio di Howard ha lasciato l’amaro in bocca in quel di LA (anche se la situazione appariva irrimediabile), ma escluderli dalla lotta ai playoff è dura, anche con tante incognite.

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