Pechino teme l’inflazione e corre ai ripari

    I cinesi non avranno di certo, in questi anni, il problema della crisi economica e della crescita, ma non per questo dormono sonni poi così tranquilli.

    A impensierire il governo di Pechino ci ha pensato l’ultimo dato sull’inflazione, quello di ottobre, che parla di un tasso del +4,4%. Un dato molto alto, se si tiene in considerazione che gli alimentari sono andati ben oltre la media, portandosi a più del 10%. E in una popolazione ancora povera, con redditi medi molto bassi, il rischio è di una tensione sociale molto forte.

    Le cause di questo aumento dei prezzi sarebbe in buona parte dovuto al rialzo dei prezzi agricoli e alimentari, a livello globale, ma non solo. Indovinate la causa prima di questa spinta inflazionistica: è proprio quel tasso di cambio sottovalutato, che consente alla Cina di esportare a pieno ritmo crescente le proprie merci, ma non avendosi un meccanismo automatico di mercato di equilibrio del tasso di cambio, ciò porta a un afflusso eccessivo di moneta nel paese, con una conseguente spinta al rialzo dei prezzi. Come gli economisti ben sanno, questo meccanismo comporta che la banca centrale e il governo di quel paese debbano mettere in atto politiche di “sterilizzazione”, vale a dire misure che annullino questo eccesso di moneta in circolazione, attraverso, ad esempio, l’acquisto di valuta straniera; la stessa roba, denunciata dal Presidente Obama, nei giorni scorsi, annunciando il suo piano di acquisto di 600 miliardi di titoli stranieri.

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