Pet Therapy: sopravvive chi ama di più

“L’amore per un cane dona grande forza all’uomo”, citava Seneca nel 4 a.C., e le sue riflessioni devono essere rimbalzate di secolo in secolo, tanto da porre sotto i riflettori le doti dei cuccioli, beniamini di grandi e piccini.
Da mezzi di sostentamento a protagonisti di fiabe e racconti, gli animali, grazie anche agli studi condotti su di essi, mettono in atto una vera e propria “scalata sociale”, diventando nostri “colleghi” nell’accezione più spiritosa del termine.

Nel 1960 infatti Boris Levinson, psichiatra infantile dalle origini russe, coniò per la prima volta il termine “Pet therapy” in seguito agli studi che lo portarono a postulare teorie sui benefici della compagnia degli animali. Mise in pratica egli stesso queste teorie apprezzando risultati positivi su problematiche attinenti la solitudine, l’ansia, lo stress e la depressione. Secondo le sue osservazioni, il calore affettivo trasmesso dall’animale portava il paziente a creare un legame empatico tale da distrarlo dallo stato ansioso-depressivo.
Non molti anni più tardi, nel 1981 gli Stati Uniti d’America inaugurarono la Delta Society, un’organizzazione no-profit che si occupa tutt’ora della cura dei malati servendosi dell’aiuto di alcuni animali. Le attività eseguite non avevano però ancora valenza terapeutica.

In Italia, i progressi in questo senso si sono fatti un po’ attendere e dopo varie proposte alla Camera dei Deputati finite nel dimenticatoio, si ebbe una reale svolta nel 2003 con il decreto del Presidente del Consiglio, contenente il Testo Unificato sotto il titolo “Disciplina delle Attività e delle Terapie Assistite dagli Animali”. In questo documento ufficiale sono annoverati gli animali da utilizzare per le terapie, le figure specifiche idonee all’addestramento e l’autonomia che le Regioni e Province Autonome hanno per la promozione e la tutela della Pet Therapy.

Da questo momento in poi agli amici a quattro zampe è riconosciuto un ruolo di utilità sociale e terapeutica. Non a tutti però: resta infatti preclusa l’adozione, per le pratiche, di animali selvatici, esotici e di cuccioli.

Tuttavia l’attenzione prestata a livello giuridico in Italia, conferisce dignità scientifica alla Pet Therapy, che viene accolta come la “cura dell’anima” delle persone affette da difficoltà esistenziali non patologiche, per mezzo degli animali.
Con il passare degli anni, molte sono state le associazioni create a sostegno di questa nuova scienza, che gode oggi di una attenta strutturazione metodologica. Si possono infatti distinguere due categorie di approccio, a seconda degli obiettivi: le AAA (Animal AssistedActivities), che constano di interventi di tipo educativo e/o ricreativo e perseguono per lo più obiettivi a lungo termine, e le AAT (Animal Assisted Therapy), attività terapeutiche vere e proprie, con interventi che integrano, rafforzano o coadiuvano le normali soluzioni mediche. Perseguono obiettivi cognitivi, comportamentali, psicosociali e psicologici a breve termine.

Copiosi sono stati i risultati ottenuti grazie alle tecniche offerte dalla Pet Therapy, che adotta l’animale come fulcro nel rapporto medico-paziente. La comunicazione non verbale diventa l’elemento chiave nel confronto tra l’animale ed il paziente, che forza in questo modo i freni inconsci e si apre a questa relazione atipica. Una relazione non più fondata sullo scontro tra due punti di vista, uno dei quali spesso pregno di compassione o distacco, ma fondata sulla semplicità di un dialogo alla pari, privo di pregiudizi e tale da lasciare piena libertà di sfogo al paziente.

Perché in fondo, al contrario della maggioranza degli uomini, gli animali conducono una vita semplice, governata dai bisogni primari, tra cui l’amore. E l’amore, in molti casi, può essere l’unica terapia anche per l’uomo. La sola ricompensa per questo dono immenso, quella che basta, è una carezza.

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