Philip Seymour Hoffman, le ultime ore misteriose di un attore complicato

Un attore complicato quello descritto ieri dal New York Times che ha provato a ricostruire gli ultimi giorni di vita di Philip Seymour Hoffman. Gli americani, si sa, sono bravi a drammatizzare il dramma e lo fanno in modo alle volte eccellente. Il privato, privatissimo dell’attore, emerge pezzo dopo pezzo. Il papà che porta i bambini al parco giochi, che da buon newyorkese si veste come capita, che passeggia e aiuta i turisti a ritrovare il senso dell’orientamento. Anche in questo caso i vicini di casa, che sono sempre i primi a essere intervistati, lo ritraggono come una persona disponibile, sorridente, normale insomma. C’è da fidarsi?

Dead man walking

Eppure qualcosa non torna perché se muori in quel modo non puó certo essere un caso del destino. Uomo di fascino, dal talento considerevole e innegabile. Ma poi le ombre. “Uno scapigliato in bilico davanti a un bancomat di un drogheria” che preleva la somma di 200$ ripetutamente per un’ora. Gli ultimi giorni sembrano ritrarne la complessità: secondo i vicini infatti era ben lontano dall’essere definito un eremita. Dichiarano di averlo visto spesso negli ultimi giorni, aggirarsi nel quartiere, senza confermare le voci di alcuni testimoni che peraltro lo davano avvistato in due aeroporti diversi quello di La Guardia e il JFK.

Manhattan

Greenwich Village era il suo rifugio solitario dove domenica è stato trovato morto a 46 anni. Solo. Con un ago ancora nel braccio. L’ultima uscita pubblica risale al 19 gennaio in occasione della presentazione dei film “God’s Pocket” and “A Most Wanted Man” al Sundance Film Festival in Utah e sebbene tutti lo ritraggono ora come cupo e poco brillante, gli amici fanno presente che faceva parte di lui, certo, dopo una notte di baldoria. Poi le voci che si insinuano, una lettrice che scrive “Non ero sicura che fosse lui allora gliel’ho chiesto” e la risposta dell’attore sarebbe stata “I’m a heroin addict“. Cosa si poteva aspettare la signora, ammesso sia vero?

Chocolat

Dopo aver lasciato l’appartamento della moglie si era trasferito in affitto a Bethune Street e lì faceva spesso tappa in una delle caratteristiche caffetterie americane, Chocolat Bar, dove si è recato anche lo scorso sabato mattina. A dicembre aveva ammesso durante una riunione Narcotics Anonymous di essere ricaduto nel tunnel, quello della droga: “Ha alzato la mano e ha detto il suo nome e che era da 28 o 30 giorni sobrio. […] Hoffman era ben rasato e ben vestito. Sembrava in ottima forma, sembrava totalmente, totalmente normale” ha dichiarato uno che era presente a quella riunione. Poi le parole di uno dei suoi più cari amici, ribaltano tutto, ancora una volta: “Phil era sobrio da 25 anni e aveva raggiunto questa conquista con il massimo degli attestati che si possano raggiungere” così David Bar Katz, sceneggiatore e non solo amico ma uno dei primi a notare il suo talento.

Saturday night fever

Tatiana Pahlen, una scrittrice che aveva conosciuto Hoffman due anni prima, dice di averlo incontrato il 25 gennaio e di aver notato che nonostante sembrasse felice, forse un po’ iperattivo, il colorito della sua carnagione era piuttosto brutto, così come lo stato della sua pelle. Poi i viaggi ad Atlanta per le riprese del nuovo capitolo di Hunger Games, i continui spostamenti, viaggi in aereo, testimoni che lo ritraggono come stordito, brusco, quasi ubriaco, strano, bizzarro. I pantaloni che quasi cascano, trasandato, non curante. Sabato sera l’attore ha cenato all’East Village con due uomini.

Gli ultimi ad averlo visto sabato non lo descrivono certo come in piena salute, nonostante l’incontro con l’ex compagna e i tre figli, l’aspetto era “terribile”. Il messaggio all’amico sceneggiatore e poi il buio. Il buio di sei transizioni al bancomat per un totale di 1200$, con diversi minuti di intervallo. La solitudine di un appartamento. Una statuetta che avrebbe potuto essere la prima di numerose ma domenica è scattata la sua ora e non era la 25esima di Spike Lee.

Ricerca personalizzata