Polemica per lo spot con la poesia di Peppino Impastato

Ha suscitato tanta indignazione lo spot della Glassing, azienda che commercializza occhiali, per aver utilizzato l’esortazione alla bellezza di Giuseppe Impastato.

Ma, intanto, lo spot continua a girare sui principali network televisivi. In una sequenza di 31 secondi, un attore recita: “Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la paura, l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi ci si abitua, ogni cosa pare che debba essere così da sempre e per sempre“. L’inquadratura cambia, e l’attore incalza con le parole di Peppino Impastato: “Insegniamo la bellezza alla gente. Così non avremo più abitudine, rassegnazione, ma curiosità, stupore“. È a questo punto che lo spot rivela il nome di chi ha pronunciato parole così intense: “Da un’esortazione alla bellezza di Peppino Impastato“, annuncia una didascalia. Mentre una voce lancia lo slogan della Glassing: “Non è importante quello che vedi, ma come lo vedi“. E l’attore che recitava Impastato indossa l’ultimo modello di occhiali della casa.

Offensivo“, questo il commento di Giovanni Impastato, il fratello del militante antimafia assassinato da Cosa nostra il 9 maggio 1978. “Le idee di Peppino non possono essere utilizzate per una pubblicità. Lui era contro il consumismo, l’avrei detto chiaramente agli autori di questa iniziativa se mi avessero contattato“. La famiglia Impastato ha già dato mandato all’avvocato Vincenzo Gervasi di chiedere il ritiro dello spot. “Siamo pronti a tutte le azioni, quella pubblicità offende il concetto di bellezza che Peppino voleva esprimere quando faceva le sue battaglie contro la speculazione edilizia che stava distruggendo il suo paese, Cinisi. La bellezza a cui pensava Peppino era fatta di spontaneità e non di marketing. Era impegno civile e non mercificazione. Per questo la famiglia Impastato ha deciso di donare la casa di Peppino alla società civile, quella casa è oggi patrimonio di tutti. Peppino è di tutti, nessuno può appropriarsi del suo nome. In questi ultimi tempi, in troppi vogliono mettersi al petto la coccarda dell’antimafia. Per ripulirsi l’immagine, per fare carriera, o anche per arricchirsi“.

Anche il presidente del Centro di documentazione siciliano Peppino Impastato (Csd), Umberto Santino, chiede il ritiro della pubblicità: “Lo spot è stato messo in onda senza aver avvertito i familiari, i compagni di militanza di Peppino, noi del Csd che abbiamo avuto un ruolo decisivo nel salvare la memoria di Peppino Impastato, ritenuto un terrorista-suicida dagli investigatori, dai magistrati, dai giornalisti, con poche eccezioni, e nell’ottenere giustizia, con le condanne dei mandanti dell’assassinio e con la relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio delle indagini“.

Una replica è arrivata dal direttore creativo dell’agenzia Special team, che ha realizzato lo spot per la Glassing: “Non era nostra intenzione offendere la famiglia Impastato, con la nostra iniziativa abbiamo voluto rilanciare le idee e le parole di Peppino Impastato, che troppo spesso vengono dimenticate nella nostra società. La nostra è un’azione dal grande valore civile, perché la pubblicità può anche essere uno strumento per far riflettere“.

L’agenzia Special Team forse ignorava che, dopo l’assassinio di Peppino, per il quale fu condannato all’ergastolo, il boss di Cinisi Tano Badalamenti nel 2002, sua madre, Felicia Bartolotta ,suo fratello Giovanni, la cognata Felicetta, associazioni e semplici cittadini sono diventati i custodi della sua memoria e insieme gli implacabili cacciatori di una verità evidente che in pochi intendevano riconoscere.

Ci sono voluti 23 anni perché l’omicidio di Peppino Impastato diventasse un assassinio di mafia e un delitto contro la parola, tanto che nel 1997 Peppino fu iscritto all´albo professionale dei giornalisti. Felicia Bartolotta, la madre, è morta il 10 dicembre 2004 a 88 anni. Ripeteva: “Anche gli insetti se lo sono mangiati mio figlio. Che ci vado a fare al cimitero? Lì non c´è. Solo un sacchetto, questo mi hanno lasciato“. Qualche anno prima l´avevano ricoverata in coma. Scoprirono che aveva due ematomi alla testa. Spiegò: “Mi mettevo davanti alla foto di Peppino e mi davo pugni in testa fino a stonarmi“.

Troppo forte il dolore per la perdita di un figlio fatto a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi. Hanno provato a seppellirne il ricordo sotto una montagna di falsi e calunnie per una ricostruzione di comodo, senza riuscirci. Non ci sono riusciti, grazie ai suoi “custodi” , che ora sono pronti ad una sfida per non permettere che le sue parole vengano utilizzate per finalità diverse da quelle a cui lo stesso Peppino le aveva destinate.

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