Portieri e papere: il difficile momento dei numeri 1 italiani

La domanda che molti di noi ci poniamo negli ultimi tempi è: ma dov’è finita la scuola dei portieri italiani? Negli anni ’90 in Italia c’era solo l’imbarazzo della scelta: Peruzzi, Marchegiani, Toldo, Sebastiano Rossi, Pagliuca, senza dimenticare nomi solo in apparenza di secondo piano, ma che sono stati portieri di tutto rispetto, come Bucci, Ferron e Taglialatela. Portieri con caratteristiche molto diverse tra di loro, ma ognuno di gran valore. Dai più tecnici come Peruzzi e Marchegiani a quelli di puro istinto come “il gatto di Casaleccio” Gianluca Pagliuca.

In questi anni, però, sembra che non si sia considerata più l’evoluzione del ruolo, parallela a quella dello stesso gioco del calcio. Soprattutto non si è valutata in maniera sufficiente l’evoluzione dei palloni, le cui traiettorie ora non sono solamente più imprevedibili, ma più veloci. “Che portiere di m…”, disse Galliani lo scorso anno a Napoli dopo il goal di Inler. 20 anni fa, quelle traiettorie, potevano essere disegnate solo dal sinistro di Roberto Carlos, o un disegnatore di fumetti Manga. Non a caso un anno dopo Inler ha segnato un goal uguale a spese di Bardi, portiere 15 anni più giovane di Abbiati. Non si tratta quindi di errori individuali, quando poi gli stessi identici errori sono commessi da tutti, o in parte, i portieri.

Il calcio moderno ha esasperato il ruolo dei calci piazzati e reso particolarmente impegnativa l’uscita alta. Le metodologie di allenamento dei portieri non si sono però evolute sufficientemente. Se quei famosi anni 90 contraddistinguevano il calcio italiano per la grande formazione ai nostri portieri, sembra proprio che i vari esperti non abbiano saputo evolversi ai cambiamenti che il calcio europeo ha portato.

E cosi, aumentano le reti prese dai portieri, soprattutto sui tiri da fuori area: e pensare che pure Zoff fu criticato, per lo stesso motivo, al termine dei mondiali del ’78 per aver preso due bordate da 35 metri. Sembra quasi che non vengano allenati adeguatamente sulle metodologie di stacco, sulla scelta tra il “passo”, o la “corsa. Ogni domenica, infatti, ad ogni modo assistiamo ad errori ed errorini dei portieri italiani. Lo stesso Marchetti, considerato il n.2 dopo Buffon, è finito sulla graticola dopo la partita in nazionale con l’Armenia. Per anni si è considerato il materiale umano scadente. “Dopo Buffon non c’è niente”, era il ritornello. Ora, per molti, sembra che non ci sia più neanche Buffon (dopo la partita di domenica contro il napoli, dubito lo pensino ancora). Bisognerebbe aprire una riflessione. Il problema non è Buffon, non è Abbiati, non è Marchetti. Non è nemmeno Curci, Padelli (colpevolizzato eccessivamente nel match con l’Inter qualche settimana fa) o Pegolo. Il problema è il metodo. Il problema è la scuola. Il problema, a monte, è sempre lo stesso: quello di un’Italia che invoca il cambio (generazionale, ma non solo) senza agire.

Ma e’ pure vero che qualche giovane portiere è sulla buona strada, sapendosi adeguare alla fisica della palla, al terreno di gioco e alle giocate avversarie. In primis vanno elogiati Bardi, Leali e Perin: tre giovanissimi portieri che sicuramente sapranno sostituire degnamente il numero 1 della nazionale Buffon. Infatti con De Sanctis che ha appeso i guanti al chiodo per la nazionale, e con un Sirigu forse sopravvalutato, questi giovani portieri possono pure essere di esempio per quelli ai primi calci. Infatti hanno tutti e tre una caratteristica indissolubile in comune: 1,88 mt per 80 Kg circa, a testimonianza di un fisico facile da gestire, che più che mai si adatta al calcio moderno.

Chissà, magari un giorno il calcio italiano ritornerà a dare lezioni di parate come i vecchi tempi, potendoci dimenticare frase molto significativa e a piedi uniti rivolta ai portieri, di Romagnoli su “il corriere dello sport”: «Agli errori dell’attaccante scatta la contestazione, a quelli del portiere la commiserazione…»

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