Quando il sarcasmo diventa cattivismo

Esserci, esserci sempre.
Dire la propria sempre.
Essere brillanti, sempre.
Sarcastici, sempre.

Il sarcasmo è una cosa fantastica, quando lo si sa usare. Il problema, come sempre è l’uso che se ne fa. Ho l’impressione che ci si spinga sempre oltre, che ormai superare una certa soglia di buonsenso e perché no, buongusto, sia la prassi.

Non c’è un lutto che non venga commentato.
Non c’è tragedia che non venga discussa.
Non c’è cosa su cui non si faccia del, spesso becero, umorismo.

Io sono una di quelle persone cresciute nel mito della buona educazione. (Dannazione). Che le parolacce no, che su certe cose non si scherza, che di certe cose non si parla e men che meno si scrive un tweet liquidando la questione in 140 brillantissimi caratteri. Accettiamo il fatto che ci sono situazioni e situazioni, che così come non andremmo a un matrimonio vestiti da carnevale, allo stesso modo dovremmo essere in grado di distinguere quale sia il momento e l’argomento per fare umorismo e quale no.
Si tratta di superiorità intellettuale, ci possiamo arrivare tutti a capire che di certe cose non si può parlare cercando l’altrui risata, non si può sempre giocare al rialzo, non si può pretendere di comunicare quando quello che stiamo aspettando è sostanzialmente che l’altro smetta di parlare per poter buttare lì la nostra freddura.
Che non è sempre il momento della butade, così come non è sempre il momento di rispondere in modo sarcastico per non dire cattivo a una persona palesemente più debole. L’intelligenza sta nel capire il limite e non superarlo.
Il cattivismo – genere Vittorio Sgarbi, che sputa su tutto e tutti in qualsiasi situazione perché l’insulto è la regola, ma anche il finto sarcasmo, genere Maurizio Costanzo che consapevole della propria superiorità intellettuale si permetteva nell’omonimo show di scherzare con persone del pubblico che non erano culturalmente alla sua altezza, coinvolgendole in giochi e situazioni in cui apparentemente tutti stavano ridendo insieme mentre in realtà era lui che stava ridendo di loro (e non con loro, sostanziale differenza) – personalmente mi ha stancato.
Non ci trovo niente di entusiasmante a sembrare cinica e stronza a ogni costo.
Non ci trovo niente di piacevole a dimostrare la mia presunta superiorità su qualunque persona che non abbia gli strumenti culturali e sociali per percepirla.
Non mi piace la china social per cui, quanto una persona è più “cattiva” tanto è più affascinante, e non sono per il buonismo, sia chiaro: rifuggo il buonismo esattamente come il suo contrario.
Sono per un confronto tra pari, perché sono convinta che gli stessi che fanno dell’umorismo su una certa forma di ignoranza sarebbero i primi a abbassare la testa e defilarsi di fronte a qualcuno di “superiore” capace di tenere loro testa o di metterli in una condizione di soggezione.

Rispetto.
Silenzio.
Analisi della situazione e delle persone con cui si interagisce: essere brillanti, misurando le parole scritte, in fondo è semplice, sparare sull’ignoranza invece è semplicistico e anche piuttosto subdolo.

Non mi piace il cattivismo. Non mi piace e non ne sono capace. Perché ormai è diventato il leit motiv, il solo modo con cui interagire e invece dovrebbe essere solo uno degli abiti che di volta in volta virtualmente indossiamo.

Alzare o abbassare il tono, per non dire tacere, a seconda della situazione è una forma di educazione alla stregua del vestito giusto da indossare per ogni situazione o il tono da tenere nei rapporti reali.
Non dimentichiamolo solo perché siamo protetti dallo schermo e dall’assenza che ne consegue.
Le parole sono importanti. Le parole scritte, per quanto scorrevoli su una timeline in continua evoluzione, lo sono anche di più.

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