Repubblicani americani contro la Fed, no al dollaro debole

    E pur si muove, avrebbe detto un illustre.

    In questi giorni del dopo-G20, il vertice fallimentare dei venti grandi a Seoul, dove si è deciso di non decidere, date le profonde spaccature interne, negli USA c’è subbuglio, per la mancanza di polso e di lucidità con cui il Presidente Obama sta affrontando l’economia, in campo valutario e monetario, oltre che fiscale.

    Un gruppo di repubblicani, finalmente, ha deciso di onorare la tradizione economica del partito, il Grand Old Party, che fu di Reagan, e che del monetarismo, negli anni Ottanta, ne fece una bandiera, con risultati positivi evidenti; hanno preso, allora, carta e penna e hanno scritto una lettera al Presidente della Federal Reserve, Bernanke, a proposito del piano di Obama-Bernanke di acquistare titoli pubblici stranieri, per un valore di 600 miliardi di dollari, circa 3,5 punti del pil americano, al fine di svalutare il dollaro, rivalutando le valute dei paesi in oggetto, spingendo fortemente per uno yuan cinese rivalutato.

    Il piano, ovviamente criticato dalla Cina, in realtà non piace molto all’estero, UE compresa; in sostanza, Obama intenderebbe gareggiare con la Cina, attraverso la svalutazione, cercando, al contempo, degli escamotages per riequilibrare la bilancia commerciale, in modo artificioso.

    Falliti tutti i tentativi a Seoul, Obama andrebbe ora al contrattacco; ma la partita è rischiosa. 

    Ora se ne sono accorti anche in patria, dove l’opposizione repubblicana, fino ad oggi molto più impegnata a criticare le politiche fiscali dell’Amministrazione USA, ritiene una iattura la svalutazione del dollaro, vedendo all’orizzonte il pericolo di una forte inflazione.

    Rispetto al passato, ora i Repubblicani sono maggioranza al Congresso, molto forti al Senato, oltre che nel Paese; Obama non potrà non tenerne conto.

    Speriamo che il loro tentativo possa riuscire, se no vien giù l’America.

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