Ricordando Pantani: Tour 2000, la guerra fredda con Armstrong

Ci sono luoghi del dolore che nel ciclismo diventano cattedrali, non per niente i corridori li raggiungono sfiniti per lasciare un oggetto, un bigliettino, una maglia sudata, una borraccia. I corridori, tutti. Non solo i campioni.

Così si sollevano piccoli e disordinati altari verso il cielo, come nella pietraia del Ventoux dove una stele ricorda Tommy Simpson, morto di droga in un giorno di fuoco di quarantasei anni fa, anfetamine più cognac. «Quanto sole, mi sono perduto» disse l’ inglese, e furono le sue ultime parole. Ma quasi tutti, lassù, portano sul tubo della bici il pensiero di Marco Pantani, una malinconia che fa ancora male, quella pietà umana che non può ammettere la frenesia del giudicare, non l’oblio, ma neppure le sentenze morali per un povero ragazzo morto solo come un cane. Neanche questo Tour de France ha lasciato in pace Pantani. Se il suo papà e la sua mamma non avessero ordinato ai capi del ciclismo di mettere giù le mani dal loro ragazzo, il Pirata avrebbe addirittura rischiato la cancellazione dall’ albo d’ oro, anno 1998. Non succederà, però quanta pena. Si pensa a Virgilio, al “parce sepulto” dell’ Eneide, al perdono per il defunto. Nella pace un po’ sinistra della montagna che aspetta i corridori, forse non esistono parole più giuste. Tra il nulla e il cielo, la strada sale silenziosa per venti chilometri e ottocento metri. Un forno crematorio, e d’inverno una prigione di ghiaccio.

Il Ventoux che nel 1336 convinse Petrarca a cambiare vita, e sembrò poter fare lo stesso con Marco Pantani e la sua irraggiungibile solitudine. Era un 13 luglio, lo stesso giorno del ragazzo Trentin che avrà visto il Pirata solo in tivù, con la pelle d’ oca come tutti.
L’anno, il 2000. La tappa, la dodicesima da Carpentras fino al Monte Ventoso, il più crudele sulla terra. L’ epilogo è una memoria da coltivare come un fiore.

Quel Tour de France la Mercatone Uno indossò la maglia rosa, non un errore e neppure un omaggio dei francesi alla corsa italiana. Pantani corre il Tour 2000 in maglia rosa, perchè la sua casacca è gialla, come il prestigioso simbolo del primato della Grand Boucle. Marco Pantani che raggiunge i migliori in testa, poi scatta per cinque volte per farla finita come lui soltanto sa fare. Come uccidersi simbolicamente, ogni volta un poco. Armstrong gli resiste, eccoli salire insieme e nessuno stacca l’altro. Lance è giallo perché primo, Marco è rosa perché quello è il colore della sua squadra, due bagliori sotto il blu del cielo, nel riverbero dei sassi. Al traguardo, Armstrong lascia vincere Pantani e poi lo dice, serafico. Marco non glielo perdonerà mai. Lo chiama “pezzo di m.”, “Robocop”, “quello là”, ripete agli amici che tutta la Nasa lavora per preparare la pozione magica. L’ altro, per scherno, lo chiama l’ Elefantino, per via delle orecchie a sventola. Si odiano. Oggi, di quel giorno restano un povero ragazzo morto e un dopato a vita. Sul Mont Ventoux non ci sono cartelli né striscioni, il vento se li porterebbe via.I corridori vengono premiati su un palco spartano, nel controluce delle nuvole. Marco e Lance non si guardano neppure, ma il Pirata gliela giura. «Non posso accettare la sua carità falsa, se avessi voluto lo avrei staccato». E decide di farlo, a costo di ammazzarsi un’ altra volta in salita, quattro giorni più tardi. Il Tour si arrampica verso Courchevel, e il Pirata ricomincia con gli scatti. Nessuno gli resiste, stavolta, e nessuno gli deve lasciare l’ elemosina. Quel pomeriggio, Pantani non è già più Pantani, e non lo sarà mai. La depressione ha cominciato a rosicchiarlo, è trascorso appena un anno dalla storia del sangue di Madonna di Campiglio, dalla squalifica al Giro. È già prigioniero della cocaina, e nelle vene mette quello che semplicemente mettono quasi tutti i corridori, altrimenti neanche arrivano al traguardo, non in quel ciclismo là.

Nella sera di Courchevel, Marco ha un’ultima piccola speranza: non essere ancora finito. Però sta male, avrà una notte tremenda, la dissenteria e il vomito lo obbligheranno a ritirarsi poche ore più tardi. «Volevo far saltare il Tour, sono saltato io».

A Courchevel, il 17 luglio 2000, l’ ultima vittoria della sua vita. A Rimini, il 12 febbraio 2004, la morte. E il Mont Ventoux resta, nell’ immaginario di tutti, l’ ultima grande impresa di un uomo dolente, di un ciclista enorme e sbagliato. Pantani Amstrong abbiamo sacrificato l’eroe per quello che barava di più. È ancora qui, quel giorno. L’ultimo inutile rifiuto di un destino fragile.

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