Siamo tutti morti: la marcia funebre della Terra dei Fuochi

Una domenica pomeriggio uggiosa, che riporta alla mente giornate da trascorrere davanti alla Tv a guardare le partite o un bel film. Ma ieri non era possibile restare a casa, c’era da assistere alla celebrazione di un funerale, il proprio. Dopo aver ricevuto l’estrema unzione dal commissario alla bonifica De Biase, che il giorno 13 settembre ha definitivamente accertato l’impossibilità di bonificare la terra avvelenata dai clan ( 200km2 ridotti a melma), in migliaia si sono dati appuntamento all’ingresso del Parco Pozzi ad Aversa, dove, in presenza del vescovo, è stato celebrato il funerale dei presenti e non, accumunati dalla dolorosa consapevolezza di essere stati avvelenati da questi moderni untori, di manzioniana memoria.

Così è cominciata la lunga marcia funebre, che attraversata via Roma, si è conclusa all’altezza del parco dell’Annunziata. Al suo passaggio silenzioso, molti negozianti hanno abbassato le saracinesche in segno di lutto, mentre dai campanili risuonavano le campane “a morte”.

A comporre il lungo corteo le associazioni e i comitati, da anni impegnati nel denunciare l’olocausto della Terra dei Fuochi. Con le mascherine sul volto, sfilavano mano nella mano, a simboleggiare la loro unione. Sullo sfondo un’ennesima sfida, quella di impedire la costruzione di un nuovo inceneritore a Giugliano. Parlando con loro, ti invitano a visitare quei luoghi, perchè è l’unico modo per rendersi conto dello squallore. Ti raccontano di strade accerchiate da terre e piccoli condomini, terre e alberghi ad ore, terre e masserie, ipermercati, campi incolti inceneriti già prima dell’inceneritore. Lungo le strade tante prostitute, che aspettano camionisti e clienti occasionali per andare a nascondersi dietro i canneti di qualche stradina laterale. Attraversando i simboli di questa Campania Infelix si giunge alla centrale Enel, che dovrebbe fare spazio all’inceneritore. Lì una selva di tralicci ad annunciare l’imminente evento. Per avvicinarsi si passa accanto a file di peschi e a meleti. Almeno qui attorno ci sono poche case e a chi vi abita è stato detto che l’inceneritore non inquinerà. Per loro abituatati a combattere contro chi tenta di sversare illegalmente gli ingombranti sulle loro terre e contro i rom accampati poco lontano, la costruzione dell’inceneritore è come avvertire finalmente la presenza dello Stato in questo territorio di nessuno.
Tra i partecipanti alla marcia, c’era anche chi, come gli agricoltori, proprio non riusciva a restare in silenzio. Mostrando le mani devastate dalle fatiche dei campi, ricordavano i tempi in cui le loro campagne rosseggiavano per le mele messe a maturare. File e file di tappeti di paglia dove veniva adagiato il frutto del peccato per prendere il colore del piacere. Ora è una campagna privata della sua fertilità e ridotta a melma, di un colore spettrale, più simile ad un paesaggio lunare. Parlano anche di una sorta di cospirazione in atto ai loro danni, che dopo averli costretti quasi alla fame per accettare le condizioni della grande distribuzione organizzata, ora li vorrebbe vedere definitivamente soccombere per favorire i prodotti agricoli del Nord-Italia. Ritengono che i media stiano facendo di tutto per marchiare i loro prodotti come nocivi, con il rischio di perdere definitivamente la denominazione IGP (indicazione geografica protetta) e che non si dia stesso risalto al fatto che molti rifiuti tossici siano stati seppelliti anche nelle campagne settentrionali.

In questa tetra sfilata anche tanti ragazzi, anziani, genitori, che con la loro presenza vogliono ribadire che si crede ancora in un futuro migliore per le prossime generazioni, che non tutto è marcio, che resistere è come ri-esistere in un territorio dove le scorie hanno distrutto la vita riducendola a metastasi e hanno annientato l’economia inquinandola con i roghi. Fiducia che non sembrano nutrire più chi camminava con lo sguardo perso nel vuoto, mostrando al petto la foto di un bambino, di una moglie, di un marito, di un fratello, di una madre o di un padre assassinati da politici e criminali, che hanno venduto il proprio popolo per potere e profitto. Sono lì perchè non esserci sarebbe come tradire chi adesso non c’è più, per ricordare i loro ultimi dolorosi attimi di vita. Non c’è ombra di fiducia nelle loro parole. Con i loro cari sembrano aver seppellito anche la speranza.

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