Sindacati in difficoltà devono fare i conti con la sfiducia dei lavoratori

I sindacati sono nati da un richiesta ben precisa, quella di tutelare i lavoratori.
Chiunque possieda un lavoro deve fronteggiare varie problematiche lavorative legate, ad esempio, ad adeguamenti della retribuzione al costo della vita o a cambiamenti delle condizioni lavorative.
Una tutela dei diritti è necessaria ed i sindacati infatti si occupano proprio di difendere e proteggere le categorie produttive, migliorando le condizioni del lavoratore.

Il contesto lavorativo attuale però duramente segnato dalla crisi ha reso visibili le pecche di un sistema in cui sono presenti sempre le stesse persone al comando che hanno perso un requisito importantissimo: la lungimiranza.
Ossia il non essersi resi conto che tante decisioni prese nell’immediato avevano pesanti ripercussioni, come nel caso delle pensioni che hanno aperto nuovi dibattiti.
Nonostante i vari accordi interfederali messi in atto tra Confindustria, Cgil, Uil e Cisl, questi si sono dimostrati snaturamenti inadeguati nel fronteggiare le nuove sfide come l’eclatante fallimento degli accordi Fiat-Fiom che ha dimostrato quanto i sindacati oramai siano incardinati nello Stato.

Quasi vent’anni fa Aris Accornero, Professore Emerito di Sociologia Industriale, definisce “la parabola del sindacato”, sinonimo dell’ascesa e declino della cultura sociale, ad oggi gli stessi sindacati si ritrovano a dover fronteggiare proprio quella ridiscesa nel difficile processo di sanatoria dalla crisi economica, dalle sfide della globalizzazione e dagli scenari europei.

Sono i sindacati quindi a fare i conti con la crisi non solo economica ma anche di fiducia rappresentativa ?

Nell’intervista a Maurizio Landini dal chiaro titolo “Il sindacato è morto se non cambia, grave crisi di rappresentanza” apparso su “La Stampa” il 8/11/2013 sarà questo che succederà, il Segretario generale della Fiom ha confermato che le organizzazioni sono tutte in difficoltà anche perché come è dimostrato da chiari dati più del 50% degli iscritti alla Cgil sono dipendenti a riposo.

“Milioni di precari, giovani ma non solo, non vedono nelle organizzazioni sindacali un soggetto che li possa rappresentare e che possa supportarli nel gestire i nuovi problemi lavorativi”., il problema sta soprattutto nella mancanza di democrazia nei contratti e sugli accordi che dovrebbero non solo dare voce ma, anche diritto di veto ai lavoratori stessi. Non è inoltre visibile ai lavoratori in che modo il sindacato contribuisca a definire uno scenario occupazionale per il futuro e non solo a “risolvere” le problematiche contingenti legate alla crisi.

I nostri vicini tedeschi invece hanno fatto fruttare da anni un modello sindacale basato sulla dinamica del consenso.
Marie Seyboth, dirigente Lega dei sindacati tedeschi a capo del dipartimento della ‘cogestione politica’, il meccanismo di concertazione con il quale i lavoratori partecipano attivamente ai consigli decisionali delle aziende, spiega che nonostante esistano i licenziamenti facili, il dibattito si è chiuso anni fa, quando uno studio dimostrò che, «mandando a casa i lavoratori, la piaga della disoccupazione non era affatto risanata».

Certo, il modello sindacale tedesco, basato sui sistemi scandinavi della dinamica di consenso e non di conflitto come accade spesso in Italia, presenterà anch’esso delle falle ma, rimane profondamente diverso.
A Berlino così come in tutta la Germania «i sindacati hanno più strumenti per partecipare alle decisioni aziendali», infatti nelle ditte con più di cinque dipendenti, sono obbligatori per legge dei consigli di fabbrica.
Al meccanismo della ‘cogestione’, i sindacalisti occupano la metà dei posti dei consigli di sorveglianza (Aufsichtsrat), che a loro volta hanno voce in capitolo sulle decisioni dei consigli di amministrazione (Vorstand) aziendali. La coordinatrice Seyboth, per esempio, ha difeso i lavoratori come membro dell’Aufsichtsrat delle acciaierie ThyssenKrupp.

Sono principalmente i nostri giovani a fare i conti con le inefficienze degli organi rappresentativi, non si rispecchiano nelle linee di condotta decise, ed il sindacalista viene oramai visto come una sorta di privilegiato a cui tutto è permesso, che rappresenta solo gli interessi di alcuni.

I lavoratori hanno bisogno di un interlocutore forte in grado di riunirli e parlare a nome loro, una voce che la dia a chi non ne ha.

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