The Newsroom, il mondo del giornalismo americano secondo Aaron Sorkin

Ha debuttato in prima serata su rai tre il 17 ottobre scorso, ma il risultato non è stato all’altezza della fama che la precedeva. Solo 634.000 spettatori (circa il 2,3% di share) si sono sintonizzati sul terzo canale della rai per il primo episodio di The Newsroom, la serie che racconta i retroscena del giornalismo americano d’assalto, presentata in anteprima poche settimane fa al Roma Fiction Fest.

Record di ascolti (7,1 milioni di telespettatori a settimana) sull’emittente via cavo HBO, da sempre garanzia di qualità, vincitrice di un Emmy Award, The Newsroom porta la firma del premio Oscar Aaron Sorkin (The Social Network), che memore del successo di The West Wing, ripropone lo schema del behind-the-scenes portandoci questa volta all’interno di una redazione giornalistica. La serie, che negli Stati Uniti è già alla seconda stagione (ed è stata annunciata anche una terza), racconta infatti in dieci episodi il dietro le quinte del mondo dell’informazione americana attraverso le vicissitudini professionali e umane della redazione di un fittizio network all news, ACN (Atlantic Cable News), e del suo anchorman di punta, Will McAvoy (Jeff Daniels).

Dietro il popolare e mansueto volto del notiziario della sera, si nasconde un uomo cinico, spregiudicato, senza peli sulla lingua, ma anche un giornalista tutto d’un pezzo che in un eccesso di sincerità, davanti a milioni di telespettatori, si lancia in un discorso accusatorio in cui snocciola tutti i motivi per cui gli Stati Uniti non sono più il paese migliore al mondo. Un pensiero che gli costerà il rispetto della sua redazione, ma che lo spinge anche a dare finalmente una scossa al suo modo di fare giornalismo. Con l’aiuto di Mackenzie McHale (Emily Mortimer), la nuova combattiva e idealista produttrice esecutiva nonché sua ex fiamma, Will proverà a cambiare la linea editoriale del network affidandosi ad un team senza alcuna esperienza che crede ancora in un’informazione libera e onesta, che si attiene ai fatti e non cede di fronte a pressioni dall’alto e alla logica degli ascolti.

Al centro di The Newsroom c’è quindi un modo di raccontare la realtà serio, appassionato, che i media di oggi tendono purtroppo troppo spesso a dimenticare, concentrati come sono a trattare morbosamente la tragedia di turno. Al di là di una visione “idealista” del giornalismo odierno, la serie ha trae la sua forza dall’originalità della formula narrativa che attinge al reale, ai fatti più noti dell’attualità (ad esempio la prima puntata si chiude con un’edizione straordinaria su un disastro ambientale a largo della Lousiana, che ricorda l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010), per mostrarci poi, e da una posizione privilegiata, come funziona il lavoro all’interno di una redazione, tra un’occhiata a Twitter e Facebook e cambi di scaletta all’ultimo minuto. Il ritmo è adrenalinico, avvincente, anche grazie a ad una scrittura in pieno “stile Sorkin” con dialoghi serrati, botta e risposta brillanti, venati di humor e di romance a smorzare la tensione.

Ad un anno e mezzo dalla messa in onda, la serie sbarca dunque anche in Italia, direttamente su una tv generalista, senza passare per le pay tv, ma con un’accoglienza abbastanza tiepida, almeno stando ai numeri. La conseguenza più evidente è stato lo spostamento repentino del secondo episodio da venerdì 18 al giovedì, subito dopo il debutto in prime time della prima stagione di Scandal, nella speranza che il drama di Shonda Rhimes riesca a fare da traino per rilanciare gli ascolti di The Newsroom.

Rischio sospensione scongiurato, almeno per ora come assicura il direttore di rete Andrea Vianello, che ha scommesso fortemente sulla serie. “Se non proviamo a metterci un po’ di coraggio a proporre prodotti di qualità, non possiamo poi lamentarci se la televisione italiana rimane un po’ indietro”, dice Vianello. Parole lodevoli che esprimono il vero senso della televisione come servizio pubblico, ma a cui forse sarebbero dovuti seguire più fatti. In quanto show “di nicchia”, e già per sua natura non adatto a un canale generalista, figuriamoci ad uno che mai prima d’ora si era cimentato nel genere, la serie ha sì bisogno di fiducia e tempo per crescere, ma forse quella che è davvero mancata è stata una spinta forte in termini di promozione, creare rumore, incuriosire gli spettatori e motivarli a seguirla, insomma farla diventare un cult prima ancora di essere trasmessa. Continuare a lamentarsi e a piangersi addosso perché all’italiano medio piacciono “solo” prodotti di poco spessore non serve a niente: con The Newsroom abbiamo forse sprecato l’ennesima occasione di poter cambiare le cose, di fare un balzo in avanti dalle retrovie in cui ci siamo arenati.

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