Una marcia contro il nucleare si è tenuta ieri in Giappone, a Tokyo. Una manifestazione popolata da diverse migliaia persone che si sono spinte fino alla sede del Parlamento per protestare affinché il Paese rinunci all’energia nucleare. Proprio il Giappone, la terza potenza mondiale, all’avanguardia e che ha sempre orgogliosamente sostenuto il nucleare, ci ripensa o per lo meno, una parte della popolazione ci ripensa. Forse la sicurezza non è poi così certa come si vuol far credere.

Tre anni fa il disastro di Fukushima. Un danno che ne ha causati tanti a catena e che continua a distanza di tempo a creare conseguenze. La contraddizione quasi grottesca a cui si è arrivati lascia perplessi: leggendo il resoconto degli esperti della Atomic Energy Society of Japan sulle cause del disastro emerge che «le funzioni di sicurezza non furono particolarmente danneggiate dal terremoto» prima dello tsunami, invece la causa diretta dell’incidente fu la manchevole efficienza delle misure per affrontare «tsunami, incidenti gravi ed emergenze».

In migliaia si sono presentati, alcuni in modo eccentrico, altri rumorosamente, usando barili vuoti per far sentire la loro voce, il loro no. I giapponesi sono pronti a imparare dai propri errori, a tentare di capire se fidarsi delle parole del governo sia sufficiente o meno. Sono pronti a farsi delle domande. Il rumore della manifestazione è contro l’intenzione del premier conservatore Shinzo Abe di riavviare i reattori fermati dopo Fukushima. Più precisamente si vorrebbero riavviare quei reattori, dei 48, che supereranno i test con standard più alti dopo il disastro che tutti ricordano.

La motivazione alla base di questa scelta è puramente economica. Tagliando fuori l’energia nucleare, il Giappone è ricorso alle importazioni di petrolio e gas, costose e che vanno a ledere l’economia del Paese.