Two Mothers: cuore di donna, cuore di mamma

Lil e Tom si amano, Roz e Ian pure. Lil e Roz sono migliori amiche, Ian e Tom inseparabili dalla nascita. Cosa c’è di strano? Lil è la madre di Ian e Roz quella di Tom.
E’ questo il plot su cui si basa il nuovo film di Anne Fontaine (autrice di Coco avant Chanel), Two mothers. Tratta da un racconto di Doris Lessing, Le nonne (2003), Two mothers (che ha come titolo secondario Adore) è una pellicola concepita e messa in scena da donne: non per niente, assume peculiarità proprie dell’altra parte del cielo. Come la sensibilità, l’enfasi e a tratti la verbosità.

Presentata al Sundance Film Festival lo scorso gennaio e costata 16 milioni di dollari, l’opera della Fontaine è ambientata in Australia e si apre con il funerale del marito di Lil (Naomi Watts), la quale, rimasta sola col figlioletto Ian, trova un irrinunciabile conforto nell’amica e vicina di casa Roz (Robin Wright), sposata infelicemente con Harold e madre di Tom. Le due donne e i due figli diventano col tempo inseparabili, proprio come una famiglia. E un giorno, come accennato in principio, succede l’inevitabile: dopo l’iniziale sconvolgimento, il rapporto assume sempre più le sembianze di una doppia coppia. Fino a che qualcuno tra loro deciderà di compiere un passo indietro.

Non facciamoci ingannare dal soggetto e dallo svolgimento: Two mothers è ben lontano dal rappresentare l’ennesima variante sul tema del complesso edipico. E’ piuttosto una riflessione a metà fra l’incapacità di staccare il cordone ombelicale (di diventare adulti dunque) e la costruzione di una forma di autarchia amorosa, che ha i tratti tangibili di un’isola felice (suggerita dall’ambientazione paradisiaca): per mantenersi tale, questa deve mantenersi impenetrabile alle intrusioni esterne.

Two Mothers: cuore di donna, cuore di mamma_1

Se dal versante tecnico è da menzionare una fotografia che amplifica la bellezza della location (che ricorda il recente Paradiso amaro di Alexander Payne, seppur questo ambientato alle Hawaii) sono due i motivi fondamentali per cui apprezzare Two mothers. Innanzitutto, la capacità da parte della Fontaine di non tradire lo spirito del racconto originario, mantenendosi in equilibrio fra l’assenza di qualsivoglia giudizio morale e il rifiuto per un approccio squisitamente carnale: i fari vengono puntati più sul sentimento che sull’attrazione. Inoltre, un altro punto a favore si rivela la scelta di un policentrismo non solo narrativo, ma anche psicologico: la regista lussemburghese garantisce la giusta dose di profondità a tutti e quattro i protagonisti, in maniera intelligentemente schematica e lineare, elemento questo che forse fa perdere un po’ di compattezza all’impianto sintattico della pellicola, ma che evita che anche una singola figura tra le quattro rimanga bidimensionale. A renderci poi partecipi del logorante travaglio interiore, figlio di una situazione quasi kafkiana, ci pensano le due interpreti: la Watts e la Wright prestano volto e corpo a personaggi in bilico fra ragazzine alla prima cotta e nonne apprensive. Un compito niente affatto facile, svolto con la consueta classe da entrambe.

Arriviamo invece al punto debole, che si trova, come per quasi tutte le cose che contano, proprio sotto il naso: il soggetto. E’ credibile che un bambino, crescendo, possa innamorarsi (o sviluppare attrazione fisica) di una persona che più che un’amica della mamma, ha sempre rappresentato una parente stretta, una sorta di zia? O, come dice uno dei ragazzi, “una seconda madre”? E anche se fosse, è accettabile per un dramma che punti sul realismo che entrambi gli amori scoppino contemporaneamente, all’improvviso e senza avvisaglie?

Ecco, è questo il problema fondamentale di Two Mothers: la sua natura, che si presta più alla commedia degli equivoci che ad un romanzo (bi)familiare. Un Allen d’annata (per dirne uno) ne avrebbe ricavato un gioiello politicamente poco corretto.
Ciò nonostante, la Fontaine ha compiuto un lavoro più che dignitoso: Two mothers merita certamente una visione.

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