Ultras Lazio a Varsavia, in sei rimangono in carcere

Rimane davvero spinoso il caso degli Ultras Lazio ancora detenuti a Varsavia a ben 3 settimane di distanza da quei 150 arresti che avevano rischiato di far sorgere un caso diplomatico tra Italia e Polonia.

Nella giornata di ieri infatti era girata la falsa voce, subito smentita dall’ambasciata italiana, che i 12 tifosi ancora detenuti fossero stati tutti liberati dietro il pagamento di una cospicua cauzione. La notizia però si era rivelata parzialmente infondata in quanto l’istanza di scarcerazione, accompagnata dal pagamento di 7500 euro, era stata accolta solamente per sei ragazzi, mentre i restanti sarebbero rimasti in Polonia in attesa dei singoli processi.

A complicare ancora di più il rientro in Italia dei nostri connazionali ci si è messo pure il calendario in quanto, proprio a causa del Natale alle porte, era prevista la chiusura di tutti gli uffici giudiziari per il 19 Dicembre, chiusura fatta slittare poi al 21 Dicembre, dopodomani.
Se la posizione dei sei laziali rimasti in Polonia non verrà chiarita entro sabato quindi i tifosi rischiano di passare il Natale lontano dalle proprie famiglie, punizione che sembra totalmente esagerata visto che sino ad ora non vi è uno straccio di prova documentale nei loro confronti.

Il portavoce della procura di Varsavia, contattato per chiarire la posizione degli italiani detenuti si è così espresso: “Tutti i tifosi stanno riconoscendo i fatti commessi. Si sono impegnati a rispettare l’interdizione dall’assistere a partite di squadre polacche ed hanno accettato pene di carcere con la condizionale“.

Prosegue quindi la battaglia legale tra gli avvocati dei tifosi laziali ed i giudici polacchi che, come in una partita di scacchi, continuano a rigettare le istanze di scarcerazione salvo poi prendere in considerazione nuove prove presentate dagli avvocati stessi.
Un tipico gioco tra le parti che vede coinvolta anche la Curva Nord che non smette di organizzare eventi e raccolte fondi per favorire il ritorno degli amici trattenuti in Polonia da ben tre settimane. Ieri ad esempio è stata battuta all’asta la maglietta dell’attaccante Bryan Perea e quella che Hernanes usò in un derby vinto proprio grazie ad una sua rete. L’intero ricavato sarà poi devoluto per favorire il pagamento delle eventuali cauzioni nel caso i giudici polacchi lo ritenessero possibile.

Le testimonianze che arrivano dai ragazzi rientrati in Italia non fanno altro che accrescere i dubbi sulle modalità di questo arresto di massa e sulla gestione dei processi verso i nostri connazionali.
Damiano, un tifoso uscito dal carcere negli scorsi giorni dichiara a Il Tempo: “Abbiamo iniziato a camminare in direzione dello stadio, scortati dalla polizia. Io ero tra gli ultimi. Dopo poche centinaia di metri, all’improvviso è scoppiato l’inferno. Sentivo gente gridare e vedevo tutti correre. Ho avuto paura e ho iniziato a correre anch’io. Poco dopo sono stato raggiunto da un gruppo di agenti in divisa anti-sommossa, che mi hanno circondato. Uno di loro mi ha puntato un fucile contro. Mi hanno accusato di aver contravvenuto a una legge che vieta di girare in strada a volto coperto. Ma io non avevo un passamontagna, mi difendevo solo dal freddo.

La parziale accusa del ministro Bonino (“qualcosa non torna in questa vicenda, voglio vederci chiaro”) aveva dato un iniziale conforto a quelle famiglie che auspicano di poter passare le feste insieme ai propri cari e che oggi si sentono purtroppo abbandonate dalla società (Lotito non ne vuole sapere niente) e dal governo.
La speranza è che le possibili colpe dei tifosi e gli eventuali abusi dei poliziotti vengano presto certificati in modo fa porre la parola fine a questa spiacevole vicenda con l’auspicio che il lungo e prolungato silenzio del Governo Italiano sia dovuto ad un lavoro sottotraccia e non ad un mancato interesse per i nostri connazionali, partiti per vedere una partita di Europa League senza mai rientrare a casa.

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