Unesco sfida Israele, a rischio mediazione in Medio Oriente

    Il voto di ieri all’agenzia dell’Onu per la protezione dei beni culturali, l’Unesco, ha dato l’ennesima conferma di come questo organismo sia nettamente schierato su posizioni anti-israeliane, avendo una maggioranza automatica in favore della Palestina, composta da stati neutrali, solitamente pronti a favorire posizioni più “estremiste”, Paesi mussulmani e stati europei, prontissimi a imprimere il loro sigillo su scelte anti-americane.

    Alla fine, su 173 stati, 107 sono stati i favorevoli al riconoscimento della Palestina quale membro a tutti gli effetti dell’agenzia. Tra questi, la Francia, oltre alla Lega Araba, ma anche Cina, Russia, India, Brasile, Austria. Solo 14 sono stati i contrari, tra cui USA, Canada e Germania (quest’ultima, più per un fatto di opportunità storica, non per convinzione). Gli astenuti sono stati 52, tra cui l’Italia e la Gran Bretagna.

    Ma le conseguenze del voto a larghissima maggioranza saranno tutt’altro che neutre sul processo di pace tra Israele e Palestina, che proprio negli ultimissimi giorni sta franando di nuovo, dopo la liberazione del caporale Shalit in seguito a cinque anni di prigionia nella mani dei terroristi palestinesi. Se, infatti, lo scambio tra la libertà del soldato israeliano e il rilascio di oltre 400 prigionieri palestinesi da parte di Israele aveva fatto pensare a un passo in avanti nelle relazioni tra le parti, gli ultimi accadimenti stanno mostrando un volto ben meno propenso alla pace da parte degli stati arabi.

    E’ stata offerta una taglia di 900 mila da parte del principe saudita Khalid bin Talal su ogni soldato israeliano catturato dai palestinesi, affinchè questi venga scambiato con un prigioniero della Palestina. Un annuncio choc dato dalla tv araba, che evidenzia una situazione di allarme che non può essere accettata in sede internazionale. Ma la decisione dell’Unesco di riconoscere la Palestina come proprio membro ha anche un effetto negazionista dell’identità israeliana e segue le deliberazioni di pochi giorni fa, secondo cui alcuni siti di rilevanza storica e religiosa per la cultura ebraica e per la cristianità sono adesso considerati di matrice palestinese. E’ il caso della fortezza di Hevron, la tomba di Giuseppe e quella di Rachele. Non importa se da millenni vengono considerati luoghi anche di preghiera per ebrei e cristiani. Da oggi, tutto diventa palestinese, con un tratto di penna. E’ chiaro che ci troviamo dinnanzi a scelte scellerate, che minano alle radici di una coesistenza pacifica tra i due stati.

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