Università, se i baroni ostacolano la modernità

    Il mondo dell’università italiana e della ricerca lamenta, in questi mesi, i tagli del Ministro Gelmini, e lancia l’allarme dello sfascio del sistema, in carenza di risorse.
    Ciò su cui il mondo accademico tace è il fatto che la nostra università, da troppi anni, si trova in fondo alle classifiche mondiali, comu dimostra ilo tragico tasso di disoccupati e inoccupati tra chi esce dai nostri atenei.
    Le ragioni di questo declino storico stanno nella tendenza baronale e familiare di chi oggi occupa i vertici e le cattedre degli atenei, con una incapacità e un rifiuto “ideologico” a confrontarsi con le dinamiche e le attese del mondo del lavoro, nonchè con principi elementari di controllo dell’operato di chi insegna, spesso fin troppo auto-referenziale e con scarso senso della produttività e del dovere.
    L’ipocrisia dei tagli dei riceractori, poi, sfiora il ridicolo.
    Il contributo della ricerca universitaria alla nostra economia è stata, negli ultimi anni, pari a zero, fatte le dovute eccezioni. Fior di ricercatori vengono assunti con criteri poco trasparenti e persino familiari, in ambiti, in cui non se ne avverte un bisogno reale. Fior di ricercatori in lettere, filosofia, lingue non sono di certo un aiuto allo sviluppo della competitività italiana e non aiutano a indirizzare le risorse, la dove invece sarebbero necessarie nello stesso mondo accademico.
    Se l’università vuole veramente dare una mano al Paese e adempiere al ruolo per cui essa è sorta, dovrebbe rivoluzionarsi dal proprio interno, oltre che da stimoli legislativi.
    E al momento, una voglia di rivoluzione non pare esserci!

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