USA, Romney vince nella terra di Obama e lo attacca duramente

    Mitt Romney ha vinto le primarie nello stato dell’Illinois. Lo confermano i dati che emergono dallo spoglio del 99% delle schede, anche se fin dall’inizio, gli exit poll davano l’ex governatore del Massachussetts in netto vantaggio. Avrebbe ottenuto il 46,7% delle preferenze, contro il 35% del suo rivale diretto, l’italo-americano Rick Santorum. Gli altri due candidati ancora in gara hanno ottenuto le briciole, aggiudicandosi Ron Paul il 9% e Newt Gingrich uno striminzito 8,2%. Quest’ultimo, davanti a una modesta folla di sostenitori in Louisiana, ha definito Mitt Romney un candidato debole dai microfoni di Fox News.

    In realtà, stavolta la vittoria di Romney è stata finalmente netta. Ha distanziato l’avversario senza tentennamenti e ha ottenuto un secondo risultato positivo di fila, dopo quello poco più che simbolico di Portorico, dove ha stravinto con proporzioni bulgare.

    La vittoria nell’Illinois ha un’importanza di tipo psicologica e numerica. Psicologica, perché arriva dopo il flop in Mississipi e in Alabama, che lo avevano fatto rimanere a bocca asciutta, dopo la vittoria di misura al Super-Tuesday del 6 marzo, quando si è imposto su Santorum nell’importante stato dell’Ohio per pochi decimali. Ancora psicologica, perché l’Illinois è lo stato di Barack Obama, dove uno sconosciuto politico democratico nel 2006 ottenne il seggio al Senato, lanciandosi rapidamente alla presidenza degli Stati Uniti. Battere l’avversario interno nella terra dell’avversario reale da battere il 6 novembre prossimo è qualcosa che ha del simbolico. Una sconfitta in questo stato sarebbe stato un cattivo presagio e sarebbe stata utilizzata strumentalmente dal Partito Democratico, da qui a qualche mese.

    Ma l’essersi imposto su Santorum inizia ad avere anche un’importanza per i numeri da non sottovalutare. Questo stato manderà alla convention di Tampa Bay del Partito Repubblicano 69 delegati, anche se il sistema di ripartizione tra i candidati avviene in modo macchinoso. Ieri, infatti, se ne assegnavano 54, attraverso la formula “the winner takes more”, ossia una versione più moderata del “vincitore prende tutto”. Romney se n’è aggiudicati già 39, mentre i restanti 15 delegati ancora da assegnare, saranno nominati a Tampa, ad agosto.

    Complessivamente, quindi, Romney è a quota 559 delegati, il doppio di quelli che ha Rick Santorum, sebbene rimanga lontano dalla soglia minima necessaria per assicurarsi la maggioranza, che è di 1.144 delegati su 2.286. Secondo alcuni osservatori politici, tale risultato potrebbe arrivare a fine maggio, di certo molto dopo il previsto.

    Ma che ormai il candidato che dovrà affrontare Obama sarà Romney lo dimostrano anche le sue dichiarazioni post-voto. Poco spazio alla polemica interna, mentre moltissimo tempo è stato dedicato ad attaccare Obama, reo di essere fautore di una politica economica fallimentare.

    Anche in questo caso non è stato affatto secondario la location del discorso. La capitale dell’Illinois è Chicago, a pochi chilometri da dove Romney ha parlato, e Chicago è sede della prestigiosa università in cui insegnava l’economista monetarista Milton Friedman, fautore di una politica liberista e contrario a qualsiasi tipo di intervento dello stato in economia, a partire dalle politiche monetarie.

    Ebbene, Romney ha tenuto un discorso che ha avuto tutto il sapore di una riconciliazione con la base anche più conservatrice del suo partito, quando ha affermato che Obama non sarebbe in grado di comprendere come gestire l’economia, perché è stato solo un docente di diritto costituzionale (proprio all’Università di Chicago) e un community organizer. Non sa nulla, ha aggiunto, dei sacrifici, dei successi e dei fallimenti che ho fatto io per arrivare dove sono. E’ solo un uomo che usa il denaro pubblico e che non comprende che la libertà economica è la leva fondamentale per sollevare le persone dalla povertà.

    Romney ha attaccato a testa bassa l’amministrazione americana, sostenendo che i suoi burocrati impediscono di trivellare petrolio nel Golfo del Messico, che dicono agli agricoltori cosa debbano fare o meno i loro figli di 15 anni, bloccano la ricerca di gas naturale e impediscono l’estrazione del carbone.

    Dunque, il discorso di Romney ruota intorno proprio agli insegnamenti di Friedman e da ora in avanti gli attacchi più sfrontati alla Casa Bianca potrebbero lanciarlo con maggiore vigore e in anticipo verso la nomination. D’altronde, la china che starebbe prendendo questa lunghissima campagna per le primarie è chiara. Le rilevazioni di ieri hanno dimostrato che ha votato per lui il 75% degli elettori che si sono recati ai seggi con l’obiettivo principale di mandare a casa Obama.

    In sostanza, Romney verrebbe visto definitivamente il candidato in grado di battere il presidente in carica e anche la pubblicazione degli ultimi sondaggi su base nazionale accrediterebbero questa tesi, se è vero che dopo un bimestre al palo, Romney è tornato nuovamente in testa su Obama, sebbene solo di un paio di punti.

    Sono in tanti a prevedere che le chance di Romney e del GOP di battere seriamente Obama dipenderanno nei prossimi mesi dall’andamento dell’economia. Gioca contro la Casa Bianca l’aumento del prezzo del carburante, alla base della nuova ondata di impopolarità del presidente. Se non si dovessero creare nuovi posti di lavoro, dopo la discreta congiuntura tra fine 2011 e inizio 2012, allora Obama rischia davvero di essere “il presidente da un solo mandato”.

     

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