Verso una stretta cinese. Pechino alla prova del cambio!

    L’inflazione cinese sembra iniziare a sfuggire di mano al governo di Pechino, che vorrebbe evitare gli incidenti e i disordini del 2008, quando un aumento eccessivo dei prezzi degli alimentari comportò risse agli ipermercati, per accapararsi derrate di cibo. E’ già stato previsto dal governo che nei centri pubblici di stoccaggio alimentare vengano immesse maggiori quantità di beni alimentari, sia per evitare i disordino di due anni fà, sia per calmierare i prezzi.

    Ma è evidente che la mossa contingente è solo secondaria. Il vero nodo è l’eccesso di afflusso di valuta, che non trova meccanismi di riequilibrio (apprezzamento del tasso di cambio), essendo lo yuan soggetto non al mercato, ma a decisioni esogene del governo.

    Ecco che, dopo i dati del terzo semestre sulla robusta crescita economica, e tenuto in considerazione che la Banca Popolare Cinese si trova a possedere a settembre una montagna di valuta internazionale forte, per ben 2650 miliardi di dollari, il governo di Pechino sta intraprendendo una stretta monetaria, che dovrebbe prevedere un aumento progressivo dei tassi, ciò al fine di raffreddare i prezzi.

    La manovra, inoltre, mira a stabilizzare gli investimenti esteri, cresciuti a ritmo impressionante e ad evitare una bolla speculativa sul mercato immobiliare, dove tantissimi risparmiatori-investitori, sulla base di bassi tassi (negativi, a livello reale) e forte liquidità sui mercati, hanno contratto mutui, indebitandosi in modo pauroso.

    A ben vedere, la Cina rischia l’effetto USA, dove il rialzo dei tassi, dopo anni di politica monetaria accomodante, ha provocato il default di migliaia di famiglie, non più in grado di ripagare i debiti.

    Per questo, Pechino non farà, nè potrà fare affidamento solo al rialzo dei tassi. La rivalutazione dello yuan, forse, è più vicina di quanto si pensi.

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