Zero Dark Thirty, l’ossessione della donna che catturò Osama

Tutti sappiamo come si è conclusa “la più grande caccia all’uomo della storia”.  Ma solo perché ne conosciamo già la fine, non vuol dire che non debba essere raccontata. Soprattutto se quella estenuante ricerca ha avuto come epilogo la morte di Osama Bin Laden. A tre anni di distanza da The Hurt Locker, la regista Premio Oscar Kathryn Bigelow ha l’ardire di portarla sul grande schermo con Zero Dark Thirty (in uscita il 7 febbraio).

Candidata a cinque premi Oscar, la pellicola ci racconta la lunga indagine condotta dalla CIA per localizzare il nemico numero 1 degli Stati Uniti; una pagina fondamentale della storia contemporanea filtrata dalla prospettiva di Maya (Jessica Chastain), un’agente dei servizi segreti americani che dopo l’attentato dell’11 settembre viene mandata in Pakistan per seguire da vicino le indagini dell’Intelligence.  La priorità è una sola: trovare e uccidere lo sceicco del terrore. Maya si dedica anima e corpo a quella che per lei non è semplicemente una sfida personale contro i vertici della CIA che le non danno credito, ma quasi un’ossessione in cui è facile leggere la vogliadi riscatto e la sete di vendetta di un’intera nazione

Nessun metodo è bandito per centrare l’obiettivo, compresa la tortura dei prigionieri a cui Maya assiste inorridita senza mai opporsi con convinzione, perché sa che quello, per quanto brutale, è l’unico modo per avere le informazioni di cui ha bisogno. Ci vorranno anni di false piste, omertà e violenza prima che la sua teoria trovi finalmente il riscontro tanto atteso. E si arriva così alla notte del 2 maggio 2011 e all’irruzione dei “canarini” nel bunker blindatissimo di Osama. «Per Dio e per la Patria, preso Geronimo» urla in codice uno dei Navy Seals al termine della spettacolare sequenza del raid. Maya, che per 10 anni ha atteso quel momento, può finalmente tirare un sospiro di sollievo, prima di abbandonarsi ad un pianto inaspettato sull’aereo che la riporta a casa, a missione conclusa. Maya la stoica, spietata come un “killer”, impassibile di fronte alle torture, che riesce a tenere testa ai suoi superiori, incurante di fallimenti, depistaggi, giochi di potere, piange quando capisce è tutto finito. “E ora cosa succede?” sembrano chiedersi quelle lacrime. Una domanda che si è fatta il mondo intero e a cui ancora nessuno ha dato risposta, perché un simbolo è morto ma la guerra continua. Benché si ricostruisca un’operazione di successo, non c’è alcun tono trionfalistico. Non c’è il classico happy end alla Hollywood, nessuna celebrazione patriottica del Bene che vince sul Male. L’eroismo da campo di battaglia lascia il posto ad un eroismo intellettuale, ad una guerra che si combatte da dietro la scrivania, impugnando come uniche armi l’intelligenza, la perspicacia e lo spirito di squadra. E il finale senza enfasi, con la telecamera che indugia su quell’unica solitaria lacrima, sintetizza alla perfezione la misura che caratterizza tutto il lavoro di Kathryn Bigelow.

Attingendo a una quantità infinita di documenti e interviste, la Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal costruiscono il film come un lucido e minuzioso reportage investigativo. L’approccio della regista è crudo, essenziale, spoglio di una qualsivoglia forma di moralismo o di spettacolo fine a se stesso, che non teme di mostrare allo spettatore, quando necessario, la tortura così com’è, con i suoi attrezzi e i suoi rituali barbari: corde, cappi, collari da cane, waterboarding, scatole costrittive, rock a ad alto volume. Una scelta che è costata non poche critiche politiche alla Bigelow e che forse è stata anche la causa della sua esclusione dalla cinquina per la migliore regia agli Oscar. Chi invece – a meno di sorprese – l’Oscar ce l’ha già in tasca è Jessica Chastain. L’attrice è bravissima nell’incarnare un ruolo complesso e ricco di sfumature.  Maya è una donna tenace, ostinata, che si muove a disagio nell’orrore della tortura ma non la rinnega; lavora con abnegazione, scontrandosi con lo scetticismo e l’ottusa ostinazione dei suoi colleghi uomini. Ma è anche una donna che nasconde un lato fragile, una sottile inquietudine che viene fuori solo alla fine. E la forza dell’interpretazione della Chastain è proprio in questo equilibrio emotivo che riesce a dare al suo personaggio; la sua performance è brillantemente dosata, quasi costretta. Ogni emozione tenuta sotto controllo.

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