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Campagna elettorale e divieto di contestazione

Published by
Bruno De Santis

Che nessuno disturbi i comizi, soprattutto negli ultimi giorni di campagna elettorale; che nessuno disturbi i comizi perché rischia di subire un trattamento non proprio “democratico”.  Nel giorno del silenzio, prima  che la parola passi alle urne, c’è una cosa che salta agli occhi di questa campagna elettorale: il divieto di contestazione. D’altronde si sa, i comizi sono visti come dei grandi spot e nelle pubblicità non c’è mica il rischio di sentire un urlo inatteso o di trovare un gruppetto di “molestatori” pronti a disturbare le barzellette e le promesse del grande capo. No nelle réclame tutto fila liscio e così deve essere anche nei comizi, ad ogni costo.

LADRO E GIORNALISTA – Il primo episodio, forse quello che ha fatto più notizia, è del 7 maggio al Palasharp di Milano: Berlusconi sta facendo il solito show tra attacchi alla magistratura e barzellette quando un pensionato urla “Ladro”. Il presidente del consiglio ferma il discorso e prega gli uomini della sicurezza di provvedere. Detto, fatto: i bodyguard trascinano dietro al palco il contestatore che prova a fare resistenza e si prende anche qualche calcio.

Ma non è il solo a non ricevere un trattamento con i guanti, perché nella stessa occasione un giornalista del programma “Exit” di La7 che stava cercando di intervistare l’anziano è stato trascinato via con la forza dagli uomini della sicurezza.

NO A CHE GUEVARA – Ma nell’anno in cui si celebrano il 150° anniversario dell’Unità d’Italia non ci poteva essere differenza di trattamento tra nord e sud e così dopo Milano tocca a Napoli e anche qui a suscitare vivaci discussioni oltre ai contestatori è un rappresentate dei media. Prima del comizio conclusivo della campagna elettorale tenuto da Berlusconi, infatti, un operatore della RAI è stato allontanato dalla mostra d’Oltremare perché il suo abbigliamento non era consono all’evento: la sua maglia con l’effige di Che Guevara è balzata agli occhi degli organizzatori che lo hanno invitato a cambiarsi; al rifiuto dell’operatore ne è nata un’accesa discussione, al termine della quale l’uomo si è allontanato per tornare con camicia e cravatta: una mise decisamente più adatta.

Ma non è certo passata inosservata anche la signora che all’interno della sala ha mostrato un cartello con la scritta “Non sono comunista, sono una persona normale, ma non mi rappresenti”: strattonata e portata via dalla sicurezza, così come alcuni giovani che protestavano durante il comizio. Conclusione migliore non poteva esserci per una campagna elettorale con un unico chiaro filo conduttore: che nessuno osi disturbare lo show del grande capo.

 

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Bruno De Santis