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Medio-Oriente, Netanyahu: “Pronti a dolorosi compromessi”

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Bruno De Santis

Un discorso che da un lato rafforza le speranze di pace e dall’altro chiarisce, se mai ce ne fosse bisogno, la complessità di trovare un punto di intesa nel conflitto israelo-palestinese: è quello tenuto davanti al Congresso degli Stati Uniti dal premier di Israele, Benjamin Netanyahu. Un discorso durato cinquanta minuti e che è stato ascoltato con favore dai membri del parlamento americano ma che non sembra aver fatto compiere passi avanti al processo di pace.

Qualche motivo di speranza arriva dall’apertura di Netanyahu a trovare un punto d’incontro con i palestinesi: “Siamo pronti a dolorosi compromessi per arrivare a questa storica pace. Il conflitto – afferma il primo ministro israeliano – non è mai stato sull’esistenza dello stato palestinese, ma sul riconoscimento di Israele. Saremo generosi sulle dimensioni del futuro stato palestinese ma non si può tornare ai confini del 1967″. E qui iniziano le noti dolenti con Netanyahu che dice no alla divisione di Gerusalemme (“deve rimanere la capitale unica di Israele”), parla di uno stato palestinese che dovrà nascere alla condizioni israeliane, dovrà essere smilitarizzato e non dovrà avere la presenza di Hamas. Netanyahu chiede, infatti, al presidente dell’Anp di chiudere i rapporti con Hamas (“straccia il tuo patto con loro”, l’invito del premier israeliano ad Abu Mazen): condizione imprescindibile per provare a raggiungere un’intesa, visto che non si può “negoziare la pace con chi vuole la distruzione di Israele”. Altro tema di scontro è sicuramente il passaggio che riguarda le colonie israeliane all’interno dei confini palestinesi: “colonie – ha affermato il primo ministro – continueranno ad esistere al di fuori dei confini israeliani”.

Reazioni negative dal discorso di Netanyahu arrivano dal portavoce di Abu Mazen, secondo cui il premier israeliano ha “posto ulteriori ostacoli sulla strada della pace”; “Noi – ha detto anche – non possiamo accettare nessuna presenza israeliana nel futuro Stato palestinese che dovrà avere come capitale Gerusalemme Est. Inoltre – ha concluso – non si può prescindere da un ritorno ai confini del 1967”.  E il discorso israeliano non è piaciuto neanche a Fatah, con Nabil Shaat, uno dei membri del cominato centrale che afferma che la pace voluta da Netanyahu è “una pace di occupazione, una pace di guerra”.

 

 

 

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Bruno De Santis