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La crisi e le borse, finito il sogno europeo

Published by
Giuseppe Timpone

Con questi ultimi giorni drammatici di sedute a picco nell’Eurozona, l’Europa si avvia verso un possibile show-down, imprevisto nei tempi e nei modi, ma che molti avevano già pronosticato. Non possono essere di certo i mercati borsistici a determinare una realtà complessa come quella dell’area euro da una parte e dell’Unione Europea, in versione ancora più allargata. Sta di fatto, però, che i crolli in borsa di questi giorni hanno reso evidente che l’Europa non esiste quale entità politica, nè potrebbe esistere. La gestione disastrosa della crisi greca, ad esempio, ha sbattuto in faccia al mondo l’inesistenza politica dell’Europa, costretta a ritrovarsi in decine di appuntamenti diversi, tra capi di stato e di governo, che dovrebbero ricercare una soluzione condivisa. E’ come se il problema del debito di una regione italiana dovesse essere risolto alla Conferenza tra le regioni. Vi immaginate cosa accadrebbe? La Lombardia scaricherebbe sulla Sicilia, la Puglia sul Veneto, il Lazio sulla Toscana, etc. Così funziona l’Europa.

Certo, qualcuno potrebbe ipotizzare facilmente che allora è l‘assenza di una politica alla base del fallimento della costruzione europea e che, pertanto, bisognerebbe allora dare all’Europa un’anima politica, anzichè parlare di come smantellarla. Giusto, ma solo in teoria.

Ricordate il caos immigrazione sulle coste siciliane in primavera? Bruxelles rispose allora che il problema era solo italiano, perchè le coste sono italiane, per cui l’Europa poteva limitarsi a esprimere solidarietà al popolo italiano. E’ come se il governo di Roma dicesse alla Sicilia: sbrigatevela da soli, le coste sono le vostre, non dell’Italia. Con quella risposta, Bruxelles ha inconsapevolmente posto una pietra tombale sull’idea di un’Europa unita e ha dato via libera agli egoismi nazionali, peraltro mai sopiti, anche in tempi migliori. L’unica soluzione accettabile, ad esempio, alla crisi debitoria dell’Eurozona sarebbe quella già avanzata a dicembre da Tremonti e Juncker, ossia di una gestione unitaria del debito, con l’emissione centralizzata dei cosiddetti eurobond. Ma ciò, a maggior ragione oggi, significherebbe far pagare meno stati come l’Italia per il ripagamento del proprio debito e aggravare su stati come la Germania. 

Sarebbe accettabile solo in un’ottica reale di solidarietà inter-comunitaria, ma ciò non esiste, a torto o a ragione. Col pessimismo non si va da nessuna parte, ma chi lo sa se arriveremo a festeggiare i dieci anni della moneta unica!

 

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Giuseppe Timpone