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Libia, continua caccia a Gheddafi. Verso scadenza ultimatum

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Giuseppe Timpone

Muhammar Gheddafi non si trova, ma una cosa è certa: non controlla più Tripoli e la Libia. Gli aerei della Nato stanno concentrando i loro bombardamenti su Sirte, città natale del colonnello, dove si sospetta che possa essersi nascosto. Ma anche a Sabha, città nel Sahara, ci sono ancora sacche di resistenza e anche su questa città continuano a cadere altre bombe. Il Consiglio nazionale di transizione, ossia il governo provvisorio del dopo Gheddafi, ha lanciato un ultimatum a tutti i fedeli dell’ex raìs, affinchè si arrendano e cedano le armi. Intanto si apprende che la moglie e la figlia di Gheddafi, Aisha, siano riuscite a fuggire attraverso il deserto e pare che Aisha ieri abbia persino partorito. E l’Algeria, intanto, comunica che nel caso in cui Gheddafi si dovesse rifugiare all’interno dei suoi confini, lo consegnerebbe al Tribunale penale internazionale, che lo ricerca per crimini contro l’umanità.

Nei giorni scorsi, infatti, si erano diffuse voci per cui Algeri avrebbe potuto dare asilo al colonnello. Ma per un regime che crolla, un nuovo governo avanza, sebbene tra le incertezze.

Il presidente del Cnt, Mustafà Abdel Jalil, ha affermato ieri che non ci sarà bisogno dei caschi blu dell’Onu o delle forze della Nato per riportare alla normalità il Paese dopo la fine di Gheddafi. Niente scenario all’Irak o all’Afghanistan. I ribelli vogliono fare da sè. E proprio su di loro si concentrano molti degli interrogativi delle cancellerie internazionali, ma persino interne alla Libia. E’ di ieri, ad esempio, l’esibizione di una probabile prova di Israele secondo cui gli insorti avrebbero avuto in questi mesi di combattimenti legami con Al Qaida. Se tale prova fosse dimostrata senza dubbio, sarebbe un fortissimo discredito sul Cnt.

Ma iniziano anche alcune sparute proteste contro il nuovo corso dei ribelli e provengono proprio dalle famiglie delle vittime anti-Gheddafi di Misurata. Qualche giorno fa, una piccola folla di circa 500 persone ha manifestato la propria rabbia contro la nomina dell’ex generale del regime di Tripoli, Albarrani Shkal, a capo della sicurezza. Sentono tradito il sangue dei caduti, ma temono quello che in molte guerre mediorientali è un fatto ricorrente: a dispetto delle seconde e terze file, i più forti riescono a passare da un lato all’altro della barricata, senza alcun problema, trasformandosi da vinti a vincitori, da vecchio a nuovo. Sta accadendo oggi a Tripoli, come già anche a Tunisi e in Egitto. E’ accaduto anche nell’Italia del 1945.

 

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Giuseppe Timpone