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Nuovo allarme Fukushima

Published by
Noemi Barbato

A circa otto mesi dallo tsunami che colpì il Giappone, torna l’allarme Fukushima.

A risvegliare le preoccupazioni sull’argomento è l’ennesimo pericolo proveniente dalla centrale nucleare nipponica, dove a causa della presenza di isotopi di Xenon si teme sia in corso una fissione.

Spetta a Yasuhiro Sonoda, deputato giapponese e portavoce del governo, tranquillizzare l’opinione pubblica e l’ha fatto con un atto di coraggio che lascia perplesso anche se stesso. Il deputato, infatti, si è presentato in conferenza stampa con un bicchiere di acqua proveniente da uno dei due reattori nucleari della centrale, ma il politico giapponese forse non si aspettava le richieste dei giornalisti che dinanzi alle sue parole lo hanno invitato a bere quell’acqua che lui definiva incontaminata. Il deputato è apparso non poco preoccupato mentre beveva, azione forzata o consapevole gesto?

La Tepco che si occupa della messa in sicurezza della centrale è la responsabile dell’operazione che vedrà 11.500 tonnellate d’acqua contaminata riversate nell’oceano. Si tratta dell’acqua utilizzata per raffreddare gli impianti e sembrerebbe essere l’unica soluzione rimasta dinanzi ad una catastrofe del genere. La stessa Tepco avrebbe tempo fa ammesso che non vi fosse altra scelta. Nonostante l’evidente situazione disastrosa, la Tepco avrebbe più volte cercato di diffondere il suo eccessivo ottimismo, sostenendo che non vi sarebbe stato nessun pericolo per l’ecosistema marino. Un ufficiale della società avrebbe addirittura affermato che, pur consumando una volta al giorno per un anno pesce proveniente dal mare contaminato, si sarebbe arrivati ad assorbire circa un quarto delle normali radiazioni provenienti dall’ambiente nell’arco di un anno.

Non sono dello stesso avviso le molteplici associazioni ambientaliste come Greenpeace, la quale ha più volte sottoposto ad analisi le acque in questione, che già nel maggio scorso registravano una contaminazione cinquanta volte oltre i limiti di sicurezza.

Dal giorno dell’accaduto uomini, donne e bambini continuano a mangiare il pesce pescato nelle acque contaminate, i pescatori maneggiano le reti calate nel mare e probabilmente continueranno a farlo perché sono zone in cui si vive di pesca.

Per provvedere alla decontaminazione e allo smantellamento della centrale incidentata occorreranno circa trent’anni di lavoro, ma questi stessi anni non basteranno alla natura per porre rimedio ai danni recati ormai all’ecosistema.

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Noemi Barbato