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Grecia, accordo parziale tra partiti. Aiuti in bilico

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Giuseppe Timpone

Il ministro delle Finanze, Evangelos Venezilos, dovrà convincere stasera i colleghi dell’Unione Europea al vertice dell’Eurogruppo, convocato per le 18, che il piano di austerità concordato tra i partiti della inedita maggioranza che sostengono il governo tecnico di Lucas Papademos sia sufficiente per sbloccare i nuovi aiuti per 130 miliardi di euro. Se stasera Bruxelles dovesse bocciare il piano, il default sarebbe la strada obbligata per Atene, che non potendo contare su nuova liquidità, non sarebbe in grado di onorare la scadenza del prossimo 20 marzo, quando è atteso il rimborso di un bond da 14,4 miliardi.

Questa mattina, dopo una maratona notturna, pare che il ministro greco possa portare in Europa un accordo, che sebbene non accontenti tutte le richieste della UE, tuttavia, ne contiene la stragrande parte. E’ lo stesso Venezilos a rassicurare che l’unico punto sul quale non sarebbe stata trovata ancora una convergenza è quello dei tagli alla previdenza integrativa. E da Atene gli fa eco anche il leader dei conservatori di Nuova Democrazia, Antonis Samaras, che promette sin da oggi nuovi incontri per giungere a un accordo completo.

Ad oggi, le 43 pagine dell’intesa, scritta nero su bianco in lingua inglese, prevedono che si tagli il numero dei dipendenti pubblici di altre 15 mila unità, dopo le 15 mila tagliate a settembre con il precedente governo. Ciò rientra in un piano che l’Europa vorrebbe di non meno di 150 mila dipendenti pubblici in esubero da oggi al 2015. Previsti anche tagli ai salari minimi del 22% e la riduzione degli stipendi anche del settore privato, che si dovrebbe concretizzare con la decurtazione parziale o forse totale della tredicesima. Il governo, poi, si impegna a riformare il sistema pensionistico, lasciando, tuttavia, irrisolto il nodo dei tagli alle pensioni integrative.

I tre partiti che sostengono il governo sono i socialisti del Pasok, i conservatori di Nuova Democrazia e la destra radicale del Laos e tutti si sono detti convinti che il piano appena sottoscritto prevede misure più dure di quanto ci si aspettasse. Se esso sarà ritenuto sufficiente dall’Europa, la Grecia godrebbe di un anno in più (2015) per raggiungere l’obiettivo di un avanzo primario di 4,5 miliardi, pari a circa due punti attuali del pil. Le misure suppletive richieste dalla Troika (UE, BCE e FMI) dovrebbero valere complessivamente 10 miliardi nell’arco del triennio 2013-2015, anche se finora pare che ci sia l’accordo solo su 3 miliardi di tagli.

A questo punto, Bruxelles dovrà verificare sia che vi siano margini sufficientemente validi per arrivare a un’intesa completa in Parlamento ad Atene, sia anche che il governo Papademos possa raggiungere in pochissimi giorni l’accordo sullo “swap” dei bond con i creditori dell’Institute of International Finance. Questi ultimi detengono 206 miliardi su 350 miliardi del debito ellenico. La rinegoziazione del debito prevede uno scambio o “swap” tra i titoli in loro possesso e altri di nuova emissione, decurtati del 70-75% del loro valore nominale (“haircut”), di durata trentennale. Il rendimento dovrebbe attestarsi al di sotto del 4% e sopra il 3,5%, intorno al valore del 3,7% medio nell’intero periodo. Un accordo dovrebbe trovarsi in via definitiva entro il 13 febbraio, perché successivamente a tale data non ci sarebbero più i tempi tecnici per l’approvazione del piano da parte dei “bondholders” e per l’arrivo dei nuovi aiuti.

L’obiettivo è il raggiungimento del target del 120% nel rapporto tra debito e pil entro il 2020. Ciò passerebbe per uno sgravio del debito per almeno 100 miliardi. Tuttavia, le cifre in possesso della Troika prevedono che anche rinegoziando tali titoli e imponendo le nuove misure di austerità, mancherebbero comunque all’appello 15 miliardi, rendendosi così insufficienti i nuovi aiuti. Tuttavia, pare che una schiarita possa giungere dalla BCE, che ha in cassaforte bond ellenici per circa 50 miliardi, acquistati sul mercato secondario durante questa lunga crisi finanziaria.

Francoforte sarebbe disposta a rinunciare al guadagno, che otterrebbe dal rimborso dei titoli al valore nominale, avendoli acquistati a prezzi di gran lunga scontati sul mercato. Ma questa operazione sarebbe in violazione dello statuto della stessa BCE, configurandosi come un sostegno monetario a uno stato membro. Per questo, il governatore Draghi avrebbe escogitato un sistema per aggirare tale divieto. In sostanza, la BCE venderebbe tali titoli all’Efsf, il Fondo europeo di salvataggio, ai prezzi di mercato, inferiori al valore nominale di rimborso. Sarebbe poi l’Efsf così a farseli rimborsare dal governo greco ai prezzi di acquisto, sgravando Atene di 11 miliardi di debito, che corrisponde, appunto, al guadagno mancato dell’Eurotower.

I tedeschi sono contrari all’operazione e continuano a rimanere scettici sulle opportunità che Atene possa evitare il default. Di tutto questo si parlerà all’Eurogruppo di stasera, dove per l’Italia non ci saranno nè il premier Mario Monti (anche ministro delle Finanze), nè il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, entrambi impegnati in un incontro a Washington con il presidente USA, Barack Obama. Ma il vertice sarà tutt’altro che risolutivo, dato che da Bruxelles trapela che stasera non sarà deciso nulla su Atene, in quanto non ci sarebbero le basi, nel senso che mancherebbe un accordo su cui discutere. Una doccia fredda per il governo Papademos, che rischia di scontrarsi tra qualche ora contro l’impazienza degli altri partner europei. Il default è sempre all’orizzonte!

 

 

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Giuseppe Timpone