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Articolo 18, intesa senza Cgil. Entro domani si chiude su tutto

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Giuseppe Timpone

Stavolta si fa sul serio. Lo ha fatto intendere il premier Mario Monti, quando in serata, dopo avere incontrato le parti sociali, ha evidenziato come la trattativa sull’articolo 18 è cosa fatta e il ragionamento è concluso. Discorso analogo sui temi restanti della riforma del mercato del lavoro, che saranno trattati domani per l’ultima volta con le parti, ma anche su di loro la trattativa si concluderà. Il premier ha affermato che sull’articolo 18, con la sola eccezione della Cgil, le parti si sono dette favorevoli alle modifiche presentate dal governo, rimarcando come non sia possibile che per accontentare le richieste della Cgil si perda il consenso delle altre sigle.

Sempre ieri, inoltre, Monti ha chiarito un aspetto non secondario. Il testo che uscirà domani dall’incontro con sindacati e parti datoriali non sarà firmato dal governo, in quanto il premier ha definito questa pratica “consociativa”, frutto di un passato che ha scaricato i costi sulla collettività. Al contrario, il governo stilerà un verbale, che racchiuderà tutte le proposte uscite fuori dal giro di incontro con le parti. Questo testo sarà presentato al Parlamento, che sarà così messo davanti alle sue responsabilità e lo voterà o anche modificherà.

Partiamo dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che regola i licenziamenti individuali. E’ previsto di mantenere l’obbligo del reintegro solo per i casi di licenziamento discriminatorio. Esso continuerà ad essere valido anche per le aziende fino a 15 dipendenti. Riguardo ai licenziamenti per motivi disciplinari, il giudice potrà scegliere per i casi gravi tra reintegro e risarcimento fino a 27 mensilità. Infine, viene eliminata la previsione dell’obbligo del reintegro per i licenziamenti per motivi oggettivi (economici). In questi casi, al lavoratore spetterà un’indennità da 15 a 27 mensilità, rapportate all’ultima retribuzione, in funzione crescente con l’anzianità di servizio espletato in azienda.

Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha definito la proposta del governo molto squilibrata, in quanto non terrebbe conto di tutti ragionamenti fatti con le parti. Il segretario confederale ha annunciato su questo punto una mobilitazione di lungo periodo, facendo intendere che il suo sindacato sarebbe pronto a scendere in piazza contro il governo.

Andiamo ad esaminare adesso gli altri punti non meno importanti della riforma sul mercato del lavoro. Il ministro Elsa Fornero, dopo avere ricevuto gli elogi del premier sul modo in cui ha affrontato gli incontri con le parti sociali, ha spiegato che la ratio della sua riforma consiste nel creare maggiori opportunità di lavoro per giovani e donne, in particolare, che certamente non avverrà sin da subito. Non saranno diminuite le tutele in favore dei lavoratori, ma si prevederebbe una riduzione di quelle rigidità attuali, che sarebbero un disincentivo ad assumere.

Innanzitutto, il contratto a tempo indeterminato diventerebbe quello di riferimento o dominante, nel senso che la riforma tende a favorire questo tipo di assunzione, anziché altre. Il contratto a tempo determinato, ad esempio, sarà più oneroso dell’1,4% per l’azienda che lo usa e questo maggiore costo finanzierà il nuovo sistema degli ammortizzatori sociali (aspi).

Dopo 36 mesi di contratti a tempo scatterà l’assunzione automatica a tempo indeterminato. Inoltre, verranno razionalizzati tutti gli altri strumenti contrattuali, per evitare che continuino gli abusi, come avviene oggi con l’apertura indiscriminata delle partita iva, con i contratti a progetto, con gli stage, etc.

Il contratto a progetto diventa a tempo indeterminato, decorsi sei mesi con lo stesso committente. Lo stage non potrà più essere a titolo gratuito. Qui, il ministro ha voluto essere chiaro: un giovane laureato o che ha fatto un master non potrà lavorare gratis in azienda. Chi vuole assumere con un contratto di stage dovrà pagare. Lotta anche alle dimissioni in bianco delle donne, pratica odiosa ancora oggi esercitata in molti casi.

Quanto ai nuovi ammortizzatori sociali, essi dovrebbero comportare un maggiore costo per lo stato nell’ordine di 1,7-1,8 miliardi. Tuttavia, entreranno a regime solo nel 2017. Si prevede che sostituiranno gli attuali sussidi di disoccupazione, garantendo un’indennità al lavoratore di 12 mesi, con i primi sei mesi a sussidio massimo e i sei mesi successivi con un’indennità ridotta del 15%. In ogni caso, il lavoratore non potrà ricevere più di 1.119 euro al mese.

Tirando le somme della riforma ancora da limare nell’incontro di domani, possiamo affermare che essa rappresenterebbe un grosso passo in avanti anche rispetto alle prime ipotesi circolanti nelle scorse settimane. Come ha chiarito il ministro Fornero, infatti, le nuove regole sull’articolo 18 varranno per tutti i lavoratori e non solo per i neo-assunti, cosa che avrebbe segmentato il mercato del lavoro, con il rischio di riprodurre le attuali disparità tra giovani e meno giovani e con i primi a subire i maggiori contraccolpi della flessibilità.

Resta il dubbio sui nuovi ammortizzatori sociali, perché non è chiaro se razionalizzeranno il sistema complesso della cassa integrazione, che ad oggi rappresenta un fattore di discriminazione in sfavore dei dipendenti delle piccole imprese. Da questa prima bozza, pare che si dovrebbe andare verso il superamento della cassa integrazione straordinaria e in deroga, ma sono solo ipotesi.

 

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Giuseppe Timpone