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Istat, boom disoccupati a marzo. Senza lavoro il 9,8%

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Giuseppe Timpone

Trascorso un Primo Maggio di tensioni e in un clima di profondo malessere e pessimismo generale, l’Istat oggi conferma che il mercato del lavoro in Italia è in netto peggioramento nel mese di marzo. E le cifre, per quanto continuino a restare migliori della media europea, con riguardo al tasso di disoccupazione, adesso iniziano a fare davvero paura. Il primo dato è il seguente: a marzo, il numero di coloro che cercano un lavoro e non lo trovano ha sfondato la barriera di 2,5 milioni, portandosi a 2.506.000, mostrando una crescita del 2,7% su base mensile, pari a 66 mila unità in più sul mese di febbraio.

Su base percentuale, i disoccupati salgono al 9,8%, registrando un aumento dello 0,2% su febbraio e dell’1,7% sullo stesso mese dell’anno precedente. Stando alle statistiche nazionali, si tratta del dato più alto da quando si registrano le serie storiche mensili, ossia dal gennaio 2004, mentre se si fa riferimento ai dati trimestrali, il tasso è il più alto dal terzo trimestre del 2000.

In un anno, il numero dei disoccupati è cresciuto di quasi mezzo milione, per la precisione di 476 mila unità e per un incremento percentuale del 23,4%. E se si passa ad esaminare il dato sulla disoccupazione giovanile, le cifre diventano impressionanti. Il 35,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni non trova un lavoro, con un’impennata del 2% sul mese di febbraio. Anche in questo caso sarebbe il tasso più alto da quando esistono le serie storiche mensili, quindi, dal gennaio del 2004, ma se si facesse riferimento anche ai dati precedenti trimestrali saremmo ai massimi dal quarto trimestre del 1992, ossia da venti anni a questa parte.

Tra i giovani si riduce il tasso di inattività dell0 0,1% su base mensile e dell’1,1% su base annua, pari a 40 mila unità e portando la percentuale al 36,7%.

In crescita sia la disoccupazione maschile che femminile. Nel primo caso, cresce dello 0,3% in un solo mese e arriva al 9%, mentre tra le donne aumenta dello 0,1%, arrivando all’11%. Su base annua, il tasso di disoccupazione maschile sale dell’1,6%, mentre quello femminile dell’1,9%.

In calo anche il numero degli occupati, che scende sotto i 23 milioni e si attesta a marzo a 22.947 mila, in diminuzione di 35 mila unità sul mese di febbraio e di 88 mila unità sullo stesso mese del 2011, portando il tasso di occupazione al 57%, in calo dello 0,1% su base congiunturale e dello 0,2% su base annua.

In calo gli inattivi, che scendono dello 0,3% su base mensile, come risultato di una riduzione dello 0,4% tra gli uomini e dello 0,2% tra le donne. Su base annua, poi, la discesa dell’inattività è più marcata, pari al 2,9%, frutto di un calo del 3,2% tra gli uomini e del 2,6% tra le donne.

E se l’Italia piange, l’Europa non ride. Anzi, stando all’Eurostat, nell’Eurozona, la disoccupazione a marzo sarebbe salita al 10,9%, dal precedente 10,8% di febbraio. Lo scorso anno era del 9,9%. Inferiore il tasso di disoccupazione nell’intera UE, pari al 10,2% a marzo di quest’anno, contro il 9,4% di quello di un anno fa.

Ovviamente, le cifre divergono molto di stato in stato. L’Austria, ad esempio, è il Paese più virtuoso, con un tasso di senza lavoro del solo 4%, mentre il dato spaventosamente più alto spetta alla Spagna, con una disoccupazione al 24,1%. Bene la Germania, con il 5,6%.

Si calcola, quindi, complessivamente, che nell’Eurozona non abbiano un lavoro 17.365.000 di persone, con un aumento di 169 mila unità sul mese di febbraio e di 1.732.000 unità in un anno. Nella UE a 27 i disoccupati sono 24.772.000, in crescita di 193 mila unità in un mese e di 2.123.000 in un anno.

Dunque, siamo ormai a livelli di allarme. La situazione in stati come Spagna e Grecia è a dir poco insostenibile, con tassi di disoccupazione ben oltre il 20%. E le prospettive non sono affatto rosee, visto che si tratta di economie in recessione.

Anche nel nostro Paese le cifre sono più allarmanti di quanto appaiono. I disoccupati, infatti, sono coloro che si iscrivono a un ufficio di collocamento, per cercare lavoro. Ma sappiamo che in Italia, specie al Sud, dove storicamente le probabilità di trovare un’occupazione sono scarse, molti sono sfiduciati e rinunciano anche a cercare ufficialmente un posto, come dimostra il fatto che il nostro tasso di occupazione risulta sensibilmente più basso di quello di altre economie (57% contro circa il 70% della Germania).

Pertanto, se si tenesse conto della nostra più bassa occupazione e del fatto che centinaia di migliaia di lavoratori continuano a essere considerati occupati, solo in virtù del godimento della cassa integrazione, allora le cifre cambierebbero in peggio anche per l’Italia, lasciando trasparire la portata realmente drammatica della situazione del lavoro nel nostro Paese.

E un altro rischio è determinato dal prolungarsi eccessivo di questa crisi per la nostra economia, che anche l’anno prossimo (caso unico in Europa) dovrebbe restare in recessione, con un pil previsto in calo dal Fondo Monetario Internazionale dello 0,3%.

Se qualcuno avrebbe dovuto fare partire la cosiddetta “fase due” per la crescita, dovrebbe svegliarsi, perché in mancanza di riforme e di una terapia d’urto piuttosto vigorosa (si paghino i crediti vantati dalle aziende!), il mercato del lavoro e il tessuto produttivo italiani rischiano di collassare del tutto.

 

 

 

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Giuseppe Timpone