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Grecia, è allarme contagio. Già corsa ai bancomat

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Giuseppe Timpone

La Grecia fa paura ai mercati, che oggi stanno vivendo l’ennesima giornata di passione, dopo che ieri pomeriggio è stato ufficializzato il fallimento delle trattative per formare un governo ad Atene. Il Paese tornerà alle urne a giugno, il 10 o il 17, dopo che già si è votati lo scorso 6 maggio. Ma non esistendo alcuna maggioranza in grado di approvare il Memorandum, con cui si dovranno reperire altri 11,5 miliardi, il capo dello stato Carolos Papoulias è stato costretto a gettare la spugna e a sciogliere il Parlamento. Tuttavia, la situazione è da allarme rosso nello stato, dove si teme che l’avanzata dei partiti anti-Memorandum porti all’unica ovvia soluzione dell’addio all’euro.

Ormai ne parlano tutti apertamente: Atene potrebbe abbandonare l’euro e tornare alla dracma, così come potrebbe dare vita a una bancarotta non controllata e disordinata, dopo che già è stato varato un piano di ristrutturazione del debito nelle mani dei creditori privati, sui quali sono ricadute perdite per 107 miliardi.

Senza l’attuazione delle misure di austerità chieste dalla Troika (UE, BCE e FMI), la Grecia non potrebbe più ricevere altri aiuti, indispensabili per le sue casse vuote. Ad oggi, infatti, il governo ha annunciato di possedere in cassa solo 2,5 miliardi, che basterebbero a coprire le spese per le prossime settimane, ma farebbero scattare una situazione di bancarotta tra circa un mese. Ma in assenza di un piano di tagli e/o di aumenti di imposte, come chiede l’Europa, dovrebbe fare a meno degli aiuti e a quel punto non solo scatterebbe il default, ma il Paese dovrebbe limitarsi a spendere solo quanto incassa, visto che eventuali deficit di bilancio non potrebbero essere coperti nemmeno da finanziamenti sul mercato, che diverrebbe ormai inaccessibile.

Ma la paura che spaventa nell’immediato i greci è di perdere tutti i propri risparmi. Quando la Grecia entrò nell’Eurozona nel 2004, il tasso di cambio fu previsto a 340,5 dracme per euro. Quando dovesse tornare alla dracma, il cambio si svaluterebbe subito tra il 40 e il 70%, facendo schizzare in alto il rapporto tra debito e pil, essendo il primo stato emesso in euro. Ma la stessa cosa varrebbe per i debiti privati, che dovrebbero continuare a essere ripagati in euro, scatenando molti fallimenti di imprese e familiari, con l’impossibilità di tanti di ripagare le rate del mutuo o di una finanziaria.

Per questo, molti greci già ieri si sono precipitati a prelevare almeno parte dei propri risparmi allo sportello o al bancomat. Ne da notizia lo stesso presidente Papoulias, che per tutta la giornata di ieri si è tenuto in contatto costante con il governatore della banca centrale di Atene, George Provopoulos. Questi gli ha comunicato che già alle quattro di pomeriggio i prelievi da conti corrente ammontavano a 600 milioni, mentre alla fine della giornata saranno 900 i milioni ritirati dalle famiglie greche, per il timore che vadano in fumo nella mega-svalutazione attesa quando avverrà il ritorno quasi certo alla dracma.

Secondo Provopoulos, tra i risparmiatori non ci sarebbe ancora uno stato di panico, ma di paura che potrebbe trasformarsi rapidamente in panico. In pratica, si teme una corsa agli sportelli, che potrebbe paralizzare il sistema bancario, tanto da rendersi necessario un possibile tetto quotidiano ai prelievi e la disposizioni dei militari a sorvegliare le postazioni bancomat.

Ma il panico rischia di esondare al di fuori dei confini nazionali, tanto che il premier spagnolo Mariano Rajoy, durante un intervento alla Camera dei Deputati, ha affermato che il suo Paese rischia di essere tagliato fuori dai mercati finanziari, visto che è costretto a rifinanziarsi a tassi sempre più alti.

Oggi, lo spread decennale tra i Bonos e i Bund tedeschi è salito oltre il livello di guardia dei 500 punti base, ma la situazione italiana non è granché migliore, visto che il differenziale si aggira in zona 450 bp. E a conferma che la crisi del debito è tutt’altro che vicina a una soluzione ci sono le parole del premier Mario Monti, che oggi ha affermato che più che parlare di fase due (quella dedicata alla crescita), l’Italia è ancora nel pieno della fase uno, ossia alle prese con il risanamento.

Il segnale pessimo arriva dal mercato secondario, dove ormai il BTp a dieci anni rende oltre il 6%, mentre il corrispondente Bund tedesco è sceso oggi ai minimi storici, rendendo l’1,43%, a fronte di un tasso di inflazione attuale del 2,1%. In pratica, gli investitori sono disponibili a puntare i loro quattrini sui titoli pubblici tedeschi, pur di non lasciarli altrove, anche a fronte di tassi zero.

E’ evidente che questo trend non può più continuare, avendo già bruciato l’ottimo andamento dei primi due mesi e mezzo dell’anno, quando i tassi a breve si erano normalizzati, rispetto ai livelli pre-crisi, e anche sul lungo si avvertiva un forte miglioramento. Restano circa 280 miliardi da rifinanziare entro la fine dell’anno e con questi rendimenti, il rischio è che presto bisogna varare una nuova manovra e l’Italia non sarebbe in grado di fronteggiare l’ennesimo inasprimento di imposte.

 

 

 

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Giuseppe Timpone