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Categorie: Cultura

Colazione da Tiffany, all’asta il manoscritto di Truman Capote

Published by
Enrica Raia

Tra le centinaia di memorabilia di Hollywood messe all’asta da RR Auction nel mese di aprile, ce n’è uno che farà sicuramente gola a tanti appassionati collezionisti, sparsi in tutto il mondo: un rarissimo dattiloscritto di Colazione da Tiffany, il romanzo di Truman Capote pubblicato nel 1958 da cui è stato tratto il celebre film diretto da Blake Edwards nel 1961 e interpretato da Audrey Hepburn e George Peppard. La base di partenza dell’asta è di 10mila dollari, ma per entrare in possesso del manoscritto, si stima che il fortunato dovrà sborsare una cifra da capogiro che si aggirerebbe intorno 250mila dollari.

Del resto si tratta di un oggetto estremamente prezioso che rappresenta una possibilità più unica che rara di entrare nella mente di un genio letterario e osservare da vicino quel suo metodico processo di scrittura, che ha portato alla creazione di un capolavoro della letteratura mondiale, pietra miliare della cultura pop.

Le 86 pagine battute a macchina su carta color giallo che compongono il manoscritto, sono, infatti, arricchite da numerose modifiche e note scritte a mano dall’autore stesso. In alcune pagine si possono contare addirittura una trentina di cambiamenti; spesso non ci sono solo singole parole ma intere frasi riscritte, e diversi paragrafi superflui cancellati. Molto di più di una semplice correzione grammaticale insomma, Capote ha curato nei minimi dettagli la stesura finale della opera da dare alle stampe, apportando piccole e quasi insignificanti modifiche che hanno contribuito a plasmare l’immagine finale del suo romanzo.  Un romanzo, che come si sa, non ebbe vita facile all’inizio. La trama – costruita attorno a una giovane donna che vive un’esistenza sregolata e che si mantiene accompagnandosi a ricchi facoltosi di cui non è assolutamente innamorata – all’epoca fu infatti al centro di numerose controversie per il suo contenuto esplicito e per un linguaggio molto forte, da alcuni ritenuto addirittura volgare. Rifiutato da Harper’s Bazar, fu pubblicato nell’autunno del ’58 su Esquirer facendone schizzare in alto le vendite. 

Tutto merito della sua caparbia, cinica, fragile e sognatrice protagonista dal nome, ormai leggendario di Holly Golightly. Un nome che è frutto di una correzione, tanto brillante quanto decisiva. Perché Holly doveva chiamarsi Connie, Connie Gustafson. Due semplice parole, annotate a mano per oltre 150 volte, cambiate all’ultimo momento da Capote, che allora neanche immaginava quanto avrebbero fatto la differenza. O forse sì.

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Enrica Raia