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Categorie: News

Dedagroup-DDway: una storia di esuberi che solo la Fiom rifiuta

Published by
Giancarlo Sali

Oggi voglio raccontarvi una storia purtroppo tristemente comune nell’Italia dei nostri giorni. Un’Italia dilaniata da aziende che chiudono, da una crisi economica che non dà respiro, ma anche da chi approfitta della situazione per fare business sul dolore delle persone.

Quando parlo di sofferenza mi riferisco ai dipendenti della DDway, società nata per accogliere la stragrande maggioranza degli ex lavoratori italiani della multinazionale d’informatica Csc, il cui giro d’affari locale è stato acquistato dal gruppo trentino Dedagroup lo scorso 30 Novembre.

Dopo 3 mesi (comprano e mettono in cassa, lo so che detta così sembra una barzelletta), l’azienda ha mandato in cassa integrazione ordinaria per 9 settimane 200 persone circa su meno di 1000 totali. Al rientro hanno immediatamente aperto la procedura di mobilità per circa 320 persone, cifra che è scesa prima a 294 e poi a 280, per le dimissioni ed i congedi per la legge 104 presi da alcuni dipendenti.

I sindacati hanno come da prassi promesso battaglia, i politici locali delle varie sedi dell’azienda (Roma, Torino, Milano e Padova le principali) si sono riempiti la bocca di dichiarazioni di solidarietà e volontà di correre in soccorso dei lavoratori, ma fatto sta che ieri 24 Luglio è stato sottoscritto un accordo tra Azienda e Parti Sociali che offende la dignità dei dipendenti, come persone ancora prima che come lavoratori: cassa integrazione straordinaria per crisi (quindi anticamera del licenziamento), per 12 mesi a 0 ore per 280 persone, che si vedranno decurtato pesantemente il proprio stipendio da subito. E poi nel frattempo mobilità “incentivata” (le virgolette sulla parola incentivata sono volute e ne capirete presto il perchè).

Una testata giornalistica come la nostra, seppur piccola, ha il dovere di raccontare qualcosa che in “piccolo” può servire a denunciare tutto e niente. Mi spiego: DDway prima dell’acquisizione di Csc Italia era una piccola realtà italiana, anche se molto ambiziosa, e le teorie che circolano su tutta la vicenda sono 2:

1) Csc ha venduto e non solo non si è fatta pagare, ma ha versato oltre 40 milioni di dollari a Dedagroup (questo almeno certifica il bilancio pubblico di Csc Corporate) per prendersi la patata bollente di effettuare in prima persona una ristrutturazione per sanare delle perdite importanti. Il problema è che gli incentivi che DDway ha messo sul piatto per mandare via la gente, pena una probabile mobilità secca tra 1 anno (come doveva essere già quest’anno secondo il volere del gruppo trentino), intaccano sì e no il 10% totale di quella somma (si parte da 5 mesi di stipendio per rinunciare ad un contratto a tempo indeterminato! Anche questa purtroppo detta così sembra una barzelletta, ma non lo è!). Ed il resto dei soldi, in tasca di chi sono andati? E soprattutto perchè il Ministero del Lavoro autorizza un ammortizzatore sociale a tutto vantaggio dell’azienda (costingendo le persone che con 800 euro al mese non possono vivere a dimettersi), senza prima andare a verificare i conti reali di un gruppo che con quel tesoretto potrebbe tenere tutti, nonostante la crisi, per almeno 3 anni?

2) Dedagroup non ha affato ricevuto alcuna somma di denaro nell’acquisto ed ha anzi con intelligenza e la giusta ambizione scelto di fare il passo che serviva per diventare, nel mercato dell’IT, un punto di riferimento, acquistando un colosso ed andando a tagliare risorse in misura minore di quanto la situazione preesistente al suo arrivo effettivamente richiedesse.

Se l’opzione reale fosse la prima, avremmo un’altra testimonianza del perchè il Paese Italia nella sua globalità stia fallendo: si permette nel mercato a qualsiasi soggetto aziendale di fare quello che vuole, anche di speculare in questa maniera sulla debolezza della gente, prendendo soldi per licenziare le persone e lasciando a quest’ultime le briciole, fino a realizzare quindi un business consistente soltanto nel farsi pagare per mettere sul lastrico centinaia di famiglie.

Se questo è lo Stato che dovrebbe tutelarci, dando a questi soggetti anche l’ausilio e la copertura degli ammortizzatori sociali, meglio espatriare subito e magari fare in modo che dove ci si trasferisca anche i sindacati siano banditi, visto quali accordi firmano con i nemici (anche se va fatta un’opportuna distinzione, Fiom e Fim hanno firmato entrambe per la cassa integrazione per 1 anno, ma la Fiom si è rifiutata di firmare la parte degli incentivi risibili).

Però ripeto, magari è l’opzione 2 quella più credibile, e ci troviamo di fronte per una volta a dei manager italiani all’altezza, che nella maniera meno traumatica possibile, ristrutturano subito dopo aver comprato un business straniero in difficoltà, per ridargli vigore e creare in futuro magari anche nuova occupazione.

Ai posteri l’ardua sentenza!

 

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Giancarlo Sali