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Libia nel caos: rapito il vice capo dell’intelligence

Published by
Giulia Papapicco

È stato rapito ieri all’aeroporto il numero due dell’intelligence libica Mustafa Noah. Era appena tornato dalla Turchia, senza scorta e fonti accreditate confermano la notizia che avviene in un momento di estrema violenza in Libia, Paese nord africano dal passato recente molto travagliato. Il sequestro non ha per ora nessuna rivendicazione e dietro ad esso potrebbero celarsi Al Qaeda o esponenti delle varie milizie che asserragliano il Paese. Venerdì a Tripoli sono stati uccisi 43 manifestanti che chiedevano lo scioglimento dei gruppi di guerriglia, poi altri morti nella giornata di sabato, in tutto quattro e 13 i feriti che invece cercavano di riprendere in possesso una base militare governativa nella zona di Tajoura, occupata da una milizia di Misurata.

Le condanne sono arrivate da parte dell’Unione Europea e dell’ONU, in particolare dall’Unsmi (ovvero Missione delle Nazioni Unite di Supporto alla Libia). La preoccupazione per la vicenda in corso è motivo di interesse anche per gli Stati Uniti che tramite il segretario di Stato americano John Kerry, si augurano che ritorni presto l’ordine anche in virtù di un passato che parala da sé: “I libici non hanno rischiato la loro vita nella rivoluzione del 2011 perché una violenza simile proseguisse. Interrompetene il ciclo attraverso il dialogo rispettoso e la riconciliazione” ha esortato poi.

Le milizie libiche rifiutano il disarmo nonostante gli appelli e i disagi creati da questa situazione che si ripercuotono anche sul turismo e sulle esportazioni di gas all’estero. In particolare il sito internet della Farnesina sconsiglia qualsiasi viaggio nelle zone di Tripoli proprio perché non è garantita la sicurezza mentre al porto di Mellitah non si lavora a pieno regime da due settimane. Il porto è gestito dalla National Oil Corp e dall’Eni e si spera che i manifestanti armati che hanno lasciato la zona tra venerdì e sabato, non vi ritornino creando nuovamente disagi. Per l’Italia non si teme nessuna ripercussione come ha annunciato giorni fa l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, ma certo qualche problema all’industria lo sta dando: “La Libia è il primo paese in cui operiamo, dalla Libia arriva circa il 15% dei nostri idrocarburi e soffriamo anche la situazione in Nigeria che sta attraversando un momento di grande difficoltà dal punto di vista dell’ordine pubblico” ha dichiarato.

La Libia in questo momento vive una situazione fuori controllo, con un governo che gioca sui problemi di ordine pubblico utilizzando i militari mercenari come pedine di una partita pericolosa, trascinando una situazione già al limite nel baratro. Milizie rivali e militanti islamici armati sono le micce di questa situazione che ogni giorno esplode in modo diverso e che non fanno certo sperare in una risoluzione semplice e pacifica.

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Giulia Papapicco