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Categorie: News

Nuove proteste in Turchia. Mentre esplode lo scontro con l’Egitto

Published by
Giulia Papapicco

Ieri ad Ankara nuovi scontri fra manifestanti e polizia. Questa volta erano i professori turchi a protestare contro i provvedimenti del governo Erdogan che limiterebbero la crescita del Paese e sarebbero un evidente segnale di chiusura. Per questo i due principali sindacati turchi ovvero la Confederazione dei dipendenti del settore pubblico Kesk e l’Unione del personale della Pubblica Istruzione Egitim-Sen, uniti ad altri manifestanti sono scesi in piazza. Ma la risposta del Governo è stata molto dura: gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, spray urticanti e poliziotti in tenuta antisommossa.

Non è però l’unico problema che Erdogan deve affrontare. La diplomazia turca ha appena lanciato una stoccata a quella egiziana, dichiarando l’ambasciatore Abderahman Salah el-Din come “persona non grata” e ne è stata notificata la prossima espulsione. A questo punto l’ambasciata egiziana rimarrà un luogo d’affari e perderà l’accezione diplomatica e viceversa la sede turca al Cairo. È solo l’ultimo atto dopo mesi di tensioni che derivano dall’appoggio della politica turca a sostegno dei Fratelli Musulmani: più volte Erdogan ha, infatti, manifestato simpatie per il deposto presidente Morsi, di cui ne ha invocato la liberazione.

Il messaggio politico e diplomatico di Erdogan è molto chiaro ai turchi ed è per questo che cercano di far sentire la loro voce: intravedono, a ragione in seguito ai provvedimenti governativi, una re-islamizzazione del Paese, guidata dallo stesso premier turco. I successi economici di Ankara sono innegabili: è una delle potenze in espansione, ma sotto il profilo della politica estera i problemi non mancano. Recentemente è stato anche riaperto il complicato caso dell’eccidio degli armeni: un vaso di Pandora che ha rievocato attriti e non risolto la questione delle responsabilità turche. Per non parlare poi dei rapporti con la Siria e con Israele.

Il premier conservatore Erdogan sembra essere molto determinato. Non lo hanno scalfito le proteste che erano nate qualche mese fa, nell’estate scorsa, e nemmeno quelle più recenti. Non si tratta di un dittatore ma il modo autoritario con cui decide le sorti della Turchia non sembra ormai soddisfare tutti i cittadini. I turchi vorrebbero avvicinarsi all’Europa. Ma il governo, dopo un tira e molla durato un decennio, preferisce ora guardare ad una politica estera “neo-ottomana”, con una riscoperta dell’orgoglio turco e una forte attenzione all’area del Mediterraneo orientale, dove Ankara vuole giocare il ruolo di potenza regionale.

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Giulia Papapicco