Capita anche alle migliori famiglie, quando si cade nei periodi di crisi e gli obbiettivi raggiunti con anni di sacrifici sembrano crollare inesorabilmente verso il fallimento che gli elementi di spicco di questa famiglia si trovino a scontrarsi sulle cause della destabilizzazione, incolpandosi, a volte, a vicenda. E’ il caso di Sergio Parisse e Andrea Lo Cicero, 204 caps in due, di cui almeno 90 condivisi sullo stesso terreno di gioco e con la stessa maglia color azzurro: quella dell’ItalRugby.
La polemica è esplosa dopo l’intervista che il “Barone” Lo Cicero ha rilasciato a Repubblica.it commentando la striscia negativa che l’Italia della palla ovale sta attraversando. L’ex pilone italiano, ritiratosi dal rugby dopo la storica vittoria contro l’Irlanda nell’ultimo Sei Nazioni, si è detto dipiaciuto per la sconfitta contro l’Argentina, la quinta nelle ultime sei partite, ponendo però fiducia nel futuro italiano, ricco di giovani talenti che possono garantire continuità e rinnovamento al progetto di crescita azzurro. Per Lo Cicero, quindi, non sono i giovani inesperti l’attuale problema della nazionale azzurra. Calandri(giornalista di Repubblica) prende la palla, anche se ovale, al balzo chiedendo quale sia per Andrea Lo Cicero il vero problema di questa Italia.
La risposta del capitano azzurro non si è fatta attendere. Nel circo mediatico creato dalla “botta” di Lo Cicero, Sergio Parisse ha voluto affidare la risposta all’immediatezza dei social network celandola, tanto velatamente quanto elegantemente, dietro un tweet dove ha citato Charlie Chaplin: “Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la reputazione è quello che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro.”
Un “botta e risposta” incosueto che però fa riemergere attriti di spogliatoio risalenti al periodo in cui i due pilastri dell’ItalRugby condividevano le gioie e i dolori nel rettangolo di gioco. I due infatti si sono contesi il ruolo di leader mediatico nel “quindici” tanto che alcuni giornalisti, con l’avvento di Brunel come commissario tecnico, avevano ipotizzato il passaggio della fascia da capitano dal braccio del numero 8 a quella del “Barone“. Le ipotesi (smentite dai fatti) alimentarono i dissidi interni allo spogliatoio azzurro creando strascichi ed aizzando polemiche che a quanto pare non si sono ancora placate nonostante l’assenza del “Barone” azzurro dallo spogliatoio.
Lo scontro d’opinione, purchè civile, è motivo di crescita interiore e personale, speriamo che lo sia anche per il rugby italiano che al momento pare aver bisogno di ritrovare la strada per arrivare al meglio al prossimo Sei Nazioni: le buche ed i dissesti polemici del manto percorso non possono far altro che rallentare il cammino della nostra nazionale. E, onestamente, il popolo azzurro non ne sente il bisogno.