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Il principale produttore di Bibbie? Un paese ateo: la Cina

Published by
Raffaella Russi

Made in China” anche per le Bibbie. Stando ai dati infatti, nel 2012 nella Repubblica Popolare Cinese, che ufficialmente è un Paese ateo, si sono stampate ben 12 milioni di copie del testo sacro per i cattolici. Tutte nell’unica fabbrica di Nanjing, nel sudest del paese. La fabbrica è nata alla fine degli anni Ottanta.

Sebbene l’articolo 35 della Costituzione cinese sancisca la libertà di culto e proibisca qualsiasi forma di intolleranza e coercizione, non tutte le pratiche religiose sono però ritenute ufficiali. Ovvero non tutti i riti religiosi hanno il riconoscimento da parte di un apposito organo, chiamato “Amministrazione statale per le questioni religiose“.
I tre riti maggiormente diffusi sono quello buddista, confuciano e taoista, praticate da circa il 95% della popolazione religiosa. Seguite dal 3,5% del cristianesimo e l’1,5% musulmano.

Le stamperie Amity, finanziate dalla stessa fondazione Amity e dalle British United Bible Societies, hanno cominciato a produrle dal 1988. Da allora le copie sono passate dai 500mila libri stampati, la maggior parte destinate al mercato interno, ai 12 milioni dell’anno scorso di cui oltre il 40% destinato al mercato estero. Infatti i libri sacri stampati da Amity sono scritti in 90 lingue (braille compreso) e venduti in 70 Paesi.

Tuttavia le Sacre Scritture, in Cina, non sono liberamente in vendita nelle librerie. Si acquistano solo tramite il passaparola o direttamente nelle chiese. Il che rende difficile il loro acquisto da parte dei contadini delle aree rurali più sperdute del Paese. E il loro costo si aggira intorno all’euro, un euro e 50 centesimi.
Il 25 per cento del profitto finisce al movimento delle chiese patriottiche che a sua volta sovvenziona la stampa delle Bibbie. Così di fatto i soldi tornano ad Amity, che è l’unico editore ad essere autorizzato alla stampa delle Bibbie in tutta la Cina.

Il vicedirettore della Fondazione Almaty ha dichiarato al giornale governativo Global Times: “Abbiamo creato un modello di business di successo. Siamo felici di servire le chiese di tutto il mondo e di usare i profitti derivati dalla pubblicazione delle Bibbie per aiutare i più deboli”. Come riporta Il fatto quotidiano.

Inoltre la fondazione Amaty riceve anche 12 milioni di euro all’anno di donazioni provenienti da tutto il mondo.

Quindi dopo un Papa considerato da molti “comunista”, anche uno degli ultimi baluardi del comunismo pare andare (quasi) nella direzione di avvicinamento alla Chiesa e alla religione. (Anche se i vantaggi economici forse non sono proprio da sottovalutare). Chissà cosa direbbe Marx…

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Raffaella Russi