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Categorie: Cultura News

Leonardo DiCaprio e l’Oscar: (forse) ci siamo

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Cristian Sciacca

Nel 1974 il mondo scopriva il mito calcistico dell’Olanda: una nazionale fantastica, bellissima, forse troppo bella per vincere. I tulipani dell’epoca, dopo aver perso due finali mondiali consecutive, passarono alla storia come gli eterni secondi. Sempre nel ’74 nasceva un attore a cui si può, in un certo senso, applicare la stessa definizione: Leonardo DiCaprio.

Fra pochi giorni arriverà infatti in Italia The Wolf of Wall Street, quinta collaborazione della premiata ditta Scorsese – DiCaprio, nonché il terzo tentativo per l’attore di Los Angeles di conquistare l’Oscar come attore protagonista. Dopo vent’anni dalla prima nomination (come attore non protagonista), ottenuta con Buon compleanno Mr. Grape, passando per quelle (da protagonista) relative a The Aviator e Blood Diamonds, Leo ci riprova. E anche se i quattro concorrenti sono tutti temibili (Christian Bale, Chiwetel Ejiofor, Bruce Dern e Matthew McConaughey) la sensazione è che stavolta le chance di DiCaprio siano tante.
Perché se l’ormai ex enfant prodige (alla soglia dei 40) è oggi l’attore più affermato di Hollywood (a prescindere dal Golden Globe vinto e dalla candidatura all’Oscar) si deve anche al percorso, per nulla privo di ostacoli, affrontato da Leo nel corso della sua carriera.

Ci sono stati tanti DiCaprio negli anni: quello degli albori è l’adolescente dal viso angelico di Fra nonni e nipoti e Genitori in blue-jeans, che si rifiuta di adottare il nome d’arte di Lenny Williams (consigliato dal suo agente), per mantenere vive le lontane origini italiane. Leo dì lì a poco esordisce anche sul grande schermo, con opere più che dignitose, quali il già citato Mr. Grape, Voglia di ricominciare, Pronti a morire, Romeo + Juliet.
Il biondino che dà il volto a Jack Dawson non era certo uno sconosciuto insomma. Eppure, come spesso accade, al periodo di massimo splendore (Titanic) segue un vuoto.

Per via del fenomeno Titanic, Leo paga infatti per almeno un lustro il pregiudizio nato dai poster che lo ritraggono nelle stanze delle teenager di mezzo mondo. Copertine di Cioè, diari a tema, come un Luke Perry qualsiasi: con quel ciuffo dorato e la faccia pulita, nessuno (o quasi) lo prende sul serio. O perlomeno, nessuno crede che DiCaprio possa scrollarsi di dosso l’aura da teen-idol: i maligni lo vedono già pronto per riciclarsi in una boyband. Woody Allen nel ‘98 cerca di rilanciarlo ma, dopo averlo visto nel mezzo flop La maschera di ferro, gli affida in Celebrity un ruolo che diventa quasi una parodia del vero Leo.
Anni complicati quelli di fine millennio: DiCaprio si eclissa per un pò dal cinema, dedicandosi perlopiù ad attività umanitarie e questioni ambientali. Nel 2000 ci riprova con The Beach di Danny Boyle, ma il film è un fiasco ai botteghini.

La svolta avviene nel 2002, col doppio colpo Gangs of New YorkProva a prendermi. La prima opera lo vede collaborare con un altro artista (Scorsese) in ripresa dopo un periodo d’appannamento. Da allora è tutto un crescendo, con la coppia Scorsese – DiCaprio che si consolida con The Aviator (2004, seconda candidatura all’Oscar) e The Departed (2006): nella seconda metà degli anni 2000, Leonardo DiCaprio torna ad essere un nome hot ad Hollywood, uno da prendere sul serio.

Il resto è storia: dal 2010 in poi DiCaprio realizza un impressionante filotto con opere del calibro di Shutter Island, Inception, J. Edgar, Django Unchained, Il grande Gatsby e appunto The Wolf of Wall Street. Dando vita a una performance più convincente dell’altra, da Dom Cobb al fondatore della CIA, fino all’ex broker Jordan Belfort.

Ma cos’è successo nel tempo? DiCaprio è maturato? Certamente. E’ cambiato? Niente affatto.
Se si riconsiderano con attenzione le sue prove, in ovvio crescendo, ci si accorge come in realtà DiCaprio non sia mai cambiato. Non ha mai avuto bisogno di reinventarsi. E’ cambiata semmai la percezione nei suoi confronti di chi guarda. E a parte questo, Leo è la dimostrazione che le seconde occasioni esistono, come dimostra l’incontro che ha cambiato la sua vita professionale, quello con Scorsese.

Il 2 marzo sapremo se Leo riuscirà finalmente a conquistare la statuetta. In caso contrario va bene lo stesso: non dimentichiamo che un signore di nome Al Pacino ha dovuto attendere venticinque anni di carriera e otto nomination prima di ricevere l’Oscar.

E a prescindere da chi vincerà, saranno lo sguardo di Jay Gatsby, la barba malvagia di Calvin Candie e il sorriso da canaglia di Frank Abbagnale a rimanere nella memoria. Più dei premi.
Con tanti saluti all’eterno secondo e alle copertine di Cioè.

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Cristian Sciacca