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Categorie: Personaggi

Indagini in corso sulla morte dei subacquei italiani alle Maldive: coinvolta l’Università di Genova

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Un mare bellissimo che sa essere crudele. Una barca lontano dalla riva, l’alba sulle Maldive e cinque vite spezzate in un punto di blu profondo. Ora restano le domande, le carte, le voci raccolte a bassa voce: cosa è successo davvero in quell’immersione nell’atollo di Vaavu?

C’è un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. È la formula che in Italia apre la strada agli atti urgenti, senza puntare il dito prima del tempo. Gli inquirenti hanno ascoltato i primi testimoni. Hanno acquisito il materiale della spedizione. E aspettano le autopsie sui corpi dei cinque sub italiani deceduti durante una crociera di ricerca. L’Università di Genova è coinvolta: alcuni docenti sono stati sentiti e hanno consegnato documenti e supporti utili a capire come era organizzata l’uscita in mare.

Dietro le parole formali, ci sono passaggi concreti. Gli investigatori cercano i piani di immersione, l’orario di entrata e di risalita, i briefing di sicurezza, le mappe del sito, i dati meteo-marine. Vogliono i registri di bordo, i log digitali dei computer subacquei, le comunicazioni tra barca madre e tender. È routine investigativa, ma fa la differenza: ricostruire la sequenza minuto per minuto può spiegare se una variabile è sfuggita al controllo.

E qui c’è la cornice. Vaavu è un atollo aperto, con canali dove la corrente corre forte. Le Maldive sono un paradiso, ma chi ha messo la testa sott’acqua lì lo sa: una “drift dive” può diventare impegnativa in pochi attimi. Se il mare spinge, se il gruppo si allunga, se un diver perde quota o contatto visivo, il margine si assottiglia. Non è un’accusa; è la realtà di un ambiente che non perdona le esitazioni.

Autopsie e analisi tossicologiche serviranno a chiarire il quadro clinico. Possibili cause? Anossia, barotrauma, embolia gassosa, narcosi da profondità, una miscela respiratoria inadeguata. O una catena di piccoli fattori, nessuno fatale da solo. Al momento, non ci sono certezze pubbliche su dinamica, profondità e profilo dell’immersione. È giusto dirlo: molte informazioni restano coperte o non ancora verificate.

Il cuore dell’indagine

Il ruolo dell’Università di Genova pesa perché la crociera era legata a una spedizione scientifica. Gli inquirenti vogliono capire l’assetto organizzativo: chi pianificava le immersioni, chi le guidava, quale rapporto c’era tra attività di ricerca e sicurezza subacquea. Contano i numeri: quanti partecipanti, quanti istruttori o guide, quali protocolli di emergenza a bordo (ossigeno, kit, tempi di evacuazione). Contano anche i dettagli logistici: segnalazioni meteo, scelta della “finestra” d’ingresso in acqua, briefing sul punto specifico.

Le famiglie aspettano risposte, e chiedono trasparenza. In casi simili, i tempi tecnici non sono brevi: servono perizie, comparazioni tra dati, audizioni multiple. È improbabile che un unico tassello spieghi tutto. Più spesso è l’allineamento di fattori a creare l’esito peggiore.

Domande aperte in mare aperto

C’è una domanda che rimbalza tra addetti e appassionati. La procedura di richiamo del gruppo ha funzionato? Le comunicazioni radio erano chiare? La corrente era stata stimata con accuratezza? Il rapporto guida/sub era adeguato? C’era un piano B pronto se il sito si fosse complicato? Sono domande tecniche, ma parlano a tutti: quando entriamo in mare, accettiamo una responsabilità condivisa.

Un’immagine, allora. La barca è ferma, il mare è ancora. Sul tavolo c’è un logbook aperto, accanto una maschera ancora umida. Carte, numeri, verbali provano a fare luce. Il resto lo faranno il tempo e la serietà di chi indaga. Intanto, ciascuno di noi pensa alla prossima volta che guarderà un orizzonte: quanto sappiamo davvero del blu che ci chiama? E quanto siamo pronti ad ascoltarlo, prima di tuffarci?

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