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Categorie: Personaggi

Supergirl: tra Prevedibilità e Mancanza di Anima, il Nuovo Film è una Delusione

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Una ragazza venuta dalle stelle vola sopra una città che non la guarda. Luci, rumore, promesse. Poi il silenzio di chi si accorge che il cuore batte piano. “Supergirl” vuole parlare di forza e solitudine, ma si perde in una strada già battuta, liscia come vetro, scivolosa per chi cerca presa.

Supergirl” di Craig Gillespie arriva in sala con l’aura del rilancio DC Studios. C’è l’idea di un nuovo inizio, di un tono più umano. Sulla carta, funziona: un’eroina diversa da suo cugino, una rabbia più ruvida, un mondo che non la aspetta con i fiori. E un regista che, tra I, Tonya e Cruella, ha mostrato di saper dare ritmo e ironia quando serve.

La prima mezz’ora conferma la promessa. La regia imposta bene gli spazi. Il montaggio tiene viva l’attenzione. Milly Alcock dà a Kara Zor‑El un’energia asciutta. Evita il sorriso facile. Regge lo sguardo. In due o tre momenti, senza spoiler, la macchina da presa la segue con misura e lascia respirare il personaggio. Lì il film sembra trovare una frequenza propria.

Poi, però, la traiettoria cambia.

Dove si perde la promessa

Il problema non è l’assenza di azione. È la sua forma. La sceneggiatura affida troppi snodi a passaggi standard. Si sente la catena: chiamata, rifiuto, addestramento, svolta, resa dei conti. Tutto al posto giusto, tutto già visto. Il ritmo diventa metronomico. La colonna sonora spinge, ma non incide. Gli effetti visivi sono puliti, però raramente immaginano. Non c’è un’immagine che resti addosso il giorno dopo.

Gillespie in passato ha sfruttato la frattura tra narrazione e sguardo. Qui si affida a un pilota automatico. La camera raramente sorprende. La luce è quella neutra da grande blockbuster globale. La città è sfondo, non luogo. Anche i comprimari entrano e escono come funzioni narrative. Dicono la battuta giusta, ma non lasciano traccia.

Senza entrare nei dettagli di trama, la regina invisibile del film è la prudenza. Ogni gesto sembra negoziato per non urtare nessuno. È la vera “mancanza di anima”: non si sente il rischio, non si sente il mondo interiore che spinge. Quando arriva il momento di definire chi è davvero questa Supergirl, il copione risponde con frasi che abbiamo già sentito in altri cinecomic. E la sala, almeno la mia, resta fredda.

Al momento non ci sono numeri ufficiali consolidati sul box office del primo weekend. L’accoglienza del pubblico andrà misurata con pazienza. Ma la sensazione a caldo è chiara: il film preferisce essere “corretto” anziché vivo.

Qualcosa da salvare, comunque

C’è Milly Alcock. Lei regge i silenzi, addensa i momenti piccoli. Quando il racconto lascia spazio al rapporto tra identità e appartenenza, la storia prende corpo. Si intravede il potenziale del fumetto “Woman of Tomorrow”, da cui il progetto attinge l’idea di una giovane aliena che guarda gli umani senza filtri. Bastava spingere lì. Bastava osare con un antagonista meno simbolico e più concreto, con un viaggio meno turistico tra i totem dell’“origin story”.

Un aneddoto. All’uscita, un ragazzo avrà avuto sedici anni. “È forte, ma sembra tutto impostato”, ha detto alla sorella. Non c’è disprezzo in quella frase. C’è l’attesa di qualcosa che sorprenda davvero. È la misura del momento: il pubblico non chiede per forza più spettacolo; chiede più sguardo.

In definitiva, “Supergirl” non è un disastro. È peggio: è prevedibile. Scorre, ma non scava. Funziona, ma non parla. E allora la domanda resta sospesa: a cosa serve un nuovo universo condiviso, se le sue storie non condividono un’anima? Forse il volo più difficile, oggi, non è salire in cielo. È trovare un atterraggio che ci faccia toccare terra insieme.

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