È il decreto che molti aspettavano: mette ordine negli autovelox e promette più chiarezza, meno sorprese e un principio semplice da capire: se lo strumento misura, deve essere affidabile, visibile e controllato. Da oggi cambia il modo in cui vengono scelti, installati e verificati i rilevatori di velocità.
Capita a tutti: il flash in periferia, la mano che va istintiva al freno, il dubbio sul cartello mezzo nascosto. È lì che nasce la distanza tra chi guida e chi controlla. Il nuovo decreto autovelox prova a cucire quello strappo. Non solo con regole, ma con un messaggio: la sicurezza stradale è più forte quando le regole sono chiare per tutti.
Eppure la novità vera non sta in una nuova multa o in un limite più basso. Arriva a metà strada, dove si decide se un apparecchio è affidabile oppure no. È qui che il provvedimento ha piantato i paletti.
Il decreto definisce in modo puntuale tre cose: omologazione, verifiche periodiche e taratura certificata dei dispositivi. In pratica: Nessun autovelox può entrare in servizio senza un’omologazione tecnica valida e tracciabile. Ogni apparecchio va controllato a intervalli regolari, con esiti registrati e consultabili. La taratura deve essere eseguita in centri accreditati, con certificati in corso di validità. La cadenza è periodica; per molti dispositivi è almeno annuale, come indicato negli atti tecnici. Se su questo punto il tuo Comune non ha ancora pubblicato i dettagli operativi, l’informazione potrebbe non essere disponibile oggi in modo uniforme.
Tradotto per chi guida: lo strumento che ti misura deve dimostrare di essere in ordine. Se manca la prova della taratura o della verifica nel periodo previsto, il verbale si può contestare. Non è un passe-partout: decide sempre il giudice, ma la strada è segnata.
Restano in vigore le tolleranze di misurazione: la tolleranza è di 5 km/h fino a 100 km/h e del 5% oltre. È il margine che separa l’errore umano dal “ti ho beccato davvero”.
Il decreto, inoltre, insiste sulla segnaletica: presegnalazione chiara e distanza congrua prima del punto di controllo, variabile a seconda che la strada sia urbana o extraurbana. Vietati i dispositivi “mimetizzati”: devono essere visibili, dichiarati e coerenti con l’istruttoria che ne giustifica l’installazione (traffico, incidentalità, caratteristiche del tratto). Su alcuni dettagli attuativi possono arrivare circolari integrative: se non le trovi, non è detto che il Comune stia nascondendo qualcosa, forse non sono state ancora pubblicate.
Nella pratica quotidiana cambia il rito del dubbio. Esempi concreti: Ricevi una multa? Verifica che nel verbale siano indicati omologazione, data di taratura e tipo di dispositivo. Se non ci sono, chiedi accesso agli atti. Vedi un autovelox fisso nuovo? Aspettati cartelli ben visibili prima del punto di controllo. Se la presegnalazione è assente o confusa, fotografa la situazione: può contare. Tratti “sensibili” (vicino a scuole, incroci pericolosi) dovranno avere una motivazione documentata. Non bastano i “serve a fare cassa”.
Un aneddoto. Strada di mare, rientro al tramonto. Cartello 70, poi 50, poi il lampeggiante. Oggi quel passaggio deve essere leggibile, non una caccia al tesoro. La differenza la senti nello stomaco: accetti la regola se capisci perché c’è e se chi la fa rispettare ci mette la faccia.
Le statistiche nazionali ricordano che l’eccesso di velocità è tra le prime cause di incidente. Il decreto non toglie sanzioni, ma sposta l’asse: prima l’affidabilità, poi il controllo. È abbastanza per farci guidare meglio? O ci serve ancora quel secondo in più per riconoscere, dentro, quando la fretta sta guidando al posto nostro?