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Categorie: Personaggi

L’Incubo in Volo di Ljubisa Karović: Tra Ansia e Trauma, il Racconto dell’Uomo Risucchiato dal Finestrino su Ryanair

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Un uomo che respira a fondo dopo l’atterraggio. Le mani ancora tremano, ma la voce tiene. In quel tremore c’è il suono del vento che entra in cabina, la paura che diventa corpo, il bisogno urgente di tornare a casa. Questa è la storia di Ljubisa Karović, e di un volo che nessuno vorrebbe ricordare ma che vale la pena ascoltare.

Ljubisa Karović ha raccontato al Guardian un incubo vissuto a quota di crociera, su un volo tra Grecia e Germania. Le sue parole sono semplici: “Sono stato fortunato, perché sono vivo e posso raccontarlo”. In quella frase c’è tutto: l’istinto, il caso, il silenzio dopo il frastuono. Non serve conoscere i dettagli tecnici per sentirsi lì, in corridoio, con l’aria che fischia e gli occhi che cercano l’equipaggio.

La dinamica esatta non è ancora documentata in modo pubblico. Sappiamo però cosa dice lui: un boato, un vuoto, il corpo trascinato verso un finestrino che non doveva cedere. L’immagine è netta. La cintura che regge. Le maschere di ossigeno che scendono. Gli assistenti che urlano istruzioni chiare. In pochi secondi capisci perché ripetono ossessivamente di restare seduti e allacciare le cinture anche quando il segnale è spento.

C’è una parte di noi che guarda questi racconti con scetticismo. Poi arriva il dettaglio che aggancia: la pelle che brucia per l’aria gelida, il rumore che non è un rumore ma un muro, la vista che si stringe. È lì che la paura smette di essere un’idea e diventa materia. E non importa se voli spesso o mai: quell’istante ti appartiene.

Che cosa succede quando un finestrino cede

Gli episodi di decompressione rapida sono eccezionali. Le statistiche di sicurezza internazionale lo confermano: l’aviazione commerciale resta uno dei mezzi più sicuri. Quando la cabina perde pressione, l’equipaggio segue procedure collaudate. Maschere giù. Comunicazioni rapide. Discesa rapida fino a un’altitudine respirabile, di solito attorno ai 10.000 piedi. Atterraggio il prima possibile.

Il ruolo della cintura è cruciale. In caso di apertura improvvisa di un pannello o di un finestrino, la spinta d’aria crea una forza che trascina verso il varco. La cintura riduce il rischio. Anche gli interni dell’aereo sono progettati per resistere a impatti e vibrazioni. Le indagini ufficiali – che coinvolgono autorità del Paese di partenza e di arrivo e l’agenzia europea di sicurezza aerea – ricostruiscono poi ogni passaggio, pezzo per pezzo. Al momento, non risultano documenti pubblici sull’accaduto: lo diciamo senza girarci attorno.

Dopo l’urto: ansia, corpo, ritorno

Il dopo è spesso il pezzo più faticoso. La testa corre, il corpo ricorda. Dormi poco. Eviti volo e rumori forti. Ti chiedi se tornerà mai normale. Gli psicologi del trauma parlano di sintomi comuni: ipervigilanza, flashback, evitamento. Cose che passano più in fretta se non le combatti da solo. Aiutano piccoli gesti: respirazione lenta naso-bocca, routine calme prima di dormire, parole semplici con chi c’era. Se devi riprendere l’aereo, pianifica: scegli posti vicino al corridoio, avvisa l’equipaggio, porta tecniche di grounding (mani sul sedile, descrivi cinque oggetti in vista). Non è debolezza: è igiene emotiva.

In tutto questo resta un punto fermo. L’equipaggio addestrato salva vite. Le procedure funzionano. Gli aerei sono progettati per “fallire in sicurezza”. Ma la cronaca, quella di Ljubisa, ci ricorda un’altra verità: la paura di volare non è un difetto. È un linguaggio antico che chiede ascolto.

Forse, la prossima volta che ti siederai accanto a un oblò, alzerai lo sguardo due secondi in più. Controllerai la cintura. Inspira, espira. E prova a chiederti: da quanta distanza, in realtà, impariamo a stare vicini alla vita?

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