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Categorie: Personaggi

Abel Ferrara: la mia battaglia contro la dipendenza da crack e la redenzione a Napoli

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Un regista che ha guardato il buio negli occhi e poi ha trovato una porta aperta, dove nessuno se l’aspettava: a Napoli. La storia di Abel Ferrara, tra dipendenza, set maledetti e una redenzione vissuta senza retorica, suona come una confessione e un invito a credere alle seconde possibilità.

Abel Ferrara viene da una linea dura del cinema americano. New York negli anni Ottanta, storie di violenza, colpa, strade fredde. Dai primi lavori come Ms. 45 a King of New York, la sua firma resta netta: macchina da presa vicina alla pelle, verità senza paracadute, personaggi che cadono e si rialzano male. È lì che nasce l’autore capace di parlare di spiritualità con la stessa ferocia con cui racconta l’abuso e l’errore.

La sua reputazione non è un’etichetta: è una biografia che trapela dai fotogrammi. Ferrara non predica. Espone nervi. E quando il racconto si fa personale, il confine tra film e vita si assottiglia. Le sue scene più dure non sono mai gratuite. Hanno un costo. E quel costo, a un certo punto, lo paga anche lui.

Il peso della colpa sul set

Nel 1992 gira Il cattivo tenente, film-limite con Harvey Keitel. Un’opera tesa, quasi un esorcismo. Ferrara racconta di essere in piena dipendenza da crack proprio in quei giorni. Il set diventa specchio. L’abisso che filma è lo stesso che lo divora. È un dettaglio scomodo, ma spiega la fame d’assoluzione che attraversa il film come una fessura di luce.

Qui la narrazione frena. Perché il punto non è il mito dell’artista maledetto. Il punto è quando, come, dove si decide di smettere. E chi ti regge quando tremi.

Sulle cure, le cifre sono impietose. Negli Stati Uniti alcune cliniche private dichiarano costi altissimi, anche vicini ai 100mila dollari al mese per percorsi residenziali di fascia alta. Non esiste un tariffario unico e i prezzi variano molto. Ma la sproporzione resta: la salute come lusso. E cosa fai se non puoi permettertela?

Napoli, una disintossicazione e una rinascita

Ferrara sceglie l’Italia. Parla di disintossicazione a Napoli, di una città che non giudica ma accompagna. Napoli non è cartolina. È comunità, voce bassa, mani che ti tengono quando sudi e non vedi uscita. In Italia i servizi pubblici per le dipendenze (SerD) esistono, sono gratuiti, lavorano con reti territoriali e realtà del terzo settore. Non sono perfetti, ma aprono porte. E a volte basta una porta per cambiare la traiettoria.

In questo passaggio Ferrara non cambia solo abitudini. Cambia sguardo. Resta radicale, ma più essenziale. Lo si vede ne L’Ultimo Spettacolo di sé stesso: progetti europei, attori complici come Willem Dafoe, una fede irregolare che filtra nei nuovi film. Da The Addiction a Pasolini fino ai lavori più recenti, la domanda resta la stessa: come si sopravvive al proprio male senza smettere di dire la verità?

La risposta non è un proclama. È una pratica. Orari, disciplina, incontri. Cadute possibili, ricadute probabili. Eppure un passo alla volta, con un accento nuovo nelle orecchie e un quartiere che ti saluta per nome, ricominci a stare al mondo. È così che Napoli diventa più di un luogo: un metodo, una rete, una lingua che ti rimette insieme.

Oggi Ferrara continua a lavorare. Rimane spigoloso, irrisolto, quindi vivo. Il suo cinema non addomestica. Lo spettatore riconosce lo scarto tra peccato e perdono, tra cronaca e redenzione. E magari, uscendo dalla sala, si chiede se anche la propria città nasconda una stanza dove poter ricominciare. Perché la vera scena madre, a volte, è un caffè che non giudica e una porta che resta socchiusa.

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