Riforma lavoro, nasce assicurazione per l’impiego. Bersani nei guai su art.18

Entrerà a regime solo a partire dal 2017, ma se conoscono già buona parte dei particolari, emersi dal giro di incontri tra governo e parti sociali, che ha portato alla redazione del testo che il governo presenterà al Parlamento sulla riforma del mercato del lavoro. Sono due i punti maggiormente oggetto del dibattito in corso: articolo 18 e ammortizzatori sociali. Entrambi sono sotto i riflettori della stampa per le conseguenze dirompenti che avrebbero sui lavoratori e le imprese.

Iniziamo da questi ultimi. In sigla, si chiamano “aspi”, assicurazione per l’impiego e sostituirebbe l’attuale sistema di ammortizzatori sociali, in particolare, l’indennità di mobilità e il sussidio di disoccupazione.

L’aspi sarebbe basata su un meccanismo assicurativo, nel senso che verrebbe finanziata dalle aliquote applicate sui salari e stipendi. I contratti a tempo indeterminato si vedrebbero applicare una tassazione all’1,3%, mentre quelli a tempo determinato sarebbero oggetto di una tassazione aggiuntiva dell’1,4%. Resterebbero esclusi solo i contratti a termine stagionali e quelli di sostituzione. Al contrario, la copertura riguarderebbe tutti i lavoratori del pubblico impiego e del settore privato, anche solo con un contratto a tempo determinato, compresi gli apprendisti e gli artisti. A differenza del sistema attuale, quindi, ci sarebbe una tutela universale e non per una sola parte dei lavoratori dipendenti.

Per usufruire della copertura sarebbe sufficiente un’anzianità assicurativa di due anni, di cui almeno 52 settimane nell’ultimo biennio. Per i giovani sarebbe prevista una mini-aspi, purché si sia lavorato almeno 13 settimane in un anno.

Quanto alla durata e alla misura della copertura, ci sono principalmente due ipotesi. O la corresponsione del 70% sugli stipendi fino a 1.250 euro mensili e il 30% sulla quota eccedente o il 75% dei salari e stipendi fino a 1.150 euro mensili + il 25% della quota eccedente. In ogni caso, tuttavia, la nuova indennità non potrebbe superare i 1.119 euro mensili.

L’assegno sarebbe corrisposto per 12 mesi fino a 54 anni, mentre a partire dal 55esimo anno di età, il lavoratore avrebbe diritto a 18 mesi di copertura, per i casi di perdita del posto di lavoro.

Su questo punto ci sarebbero in corso limature, partendo dall’evidenza che per i lavoratori over 50, oggetto di licenziamenti collettivi, le tutele sarebbero inferiori con il nuovo sistema. Ad oggi, infatti, essi usufruiscono di una mobilità fino a 36 mesi, che diventa di 48 mesi massimo al sud.

Per questo, l’esecutivo penserebbe di utilizzare il fondo per la mobilità di 700 milioni per integrare il sistema degli ammortizzatori, in favore dei lavoratori di almeno 58-60 anni di età.

Scompare la cassa integrazione guadagni in deroga, quella che l’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, istituì nel 2009, al fine di coprire i lavoratori delle piccole imprese, che avevano perso il lavoro, in seguito alla crisi del 2008-2009. Allo stesso tempo, viene ridimensionata anche la cassa integrazione straordinaria, in quanto non verrebbe più concessa per i casi di chiusura dell’azienda e di mobilità. Lo aveva anticipato lo stesso premier Mario Monti qualche settimana fa: niente aiuti ai casi senza speranza.

Il nuovo sistema di ammortizzatori sociali costerebbe allo stato qualcosa intorno a 1,7 miliardi in più. Per questo, l’aspi entrerebbe a regime solo tra cinque anni.

Quanto all’articolo 18, la polemica si arricchisce di un capitolo squisitamente politico, visto che allo scontro tra governo e sindacati si aggiungono anche le prese di distanza del segretario del PD, Pierluigi Bersani, il quale si sente schiacciato tra le proteste della Cgil e parte del suo stesso partito, che ritiene, al contrario, che la riforma dell’articolo 18 vada votata. Bersani ha lanciato un appello, affinché il Parlamento modifichi quanto negoziato tra le parti, altrimenti, ha aggiunto, esso sarebbe inutile.

Una posizione, che rischia di allontanare l’approvazione di una riforma organica, visto che il PD è essenziale per la tenuta della maggioranza.

Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha voluto esprimere la sua opinione sul punto, sostenendo che la riforma sarebbe necessaria e attesa da tempo e che le modifiche all’articolo 18 non aprirebbero la via a una valanga di licenziamenti. L’appello del Quirinale al Parlamento, affinché voti la riforma del mercato del lavoro parte proprio dalla constatazione delle difficoltà che ci sarebbero per un pronunciamento positivo delle Camere.

Ricordiamo che l’obbligo di reintegro sarebbe sostituito da un’indennità risarcitoria tra 15 e 27 mensilità, rapportate all’ultimo stipendio, per i casi di licenziamento per motivi economici, in funzione crescente dell’anzianità di servizio prestato in azienda. Ci sarebbe poi la facoltà per il giudice di fissare un’indennità fino a 27 mensilità per i casi di licenziamento per motivi disciplinari e solo per i casi gravi.

Resterebbe, invece, l’obbligo di reintegro per i licenziamenti discriminatori, che continuerebbero ad essere considerati nulli e ciò anche per le aziende fino a 15 dipendenti.

L’impianto della riforma consiste nell’incentivare il ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato, ma rendendo questo tipo di contratto un pò più flessibile di oggi, al contempo sostenendo i lavoratori licenziati senza giusta causa con tutele uguali tendenzialmente per tutti. I laureati, infine, non potrebbero più essere assunti per stage gratuiti, ma questi contratti dovrebbero anch’essi essere retribuiti.

 

 

 

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