Asta frequenze TV, Mediaset minaccia di non partecipare

L’emendamento al decreto fiscale del governo ha cambiato in corsa le regole per l’assegnazione delle frequenze analogiche, che si renderanno libere dalla fine del 2012, grazie al passaggio definitivo in tutta Italia delle reti televisive al digitale terrestre. Nei mesi scorsi, una parte di queste frequenze è stata assegnata agli operatori mobili, tramite un meccanismo d’asta con possibilità di rilanci successivi, portando nelle casse dello stato oltre 4 miliardi di euro. Il governo Berlusconi aveva individuato nel cosiddetto “beauty contest” la modalità di assegnazione delle frequenze per le TV, ossia a titolo gratuito per gli operatori già presenti sul mercato, sulla base dei presupposti qualitativi richiesti dal ministero dello Sviluppo.

Il cambio di governo ha portato a un cambio delle regole. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, aveva già annunciato a gennaio di avere intenzione di sospendere il beauty contest, in quanto ritenuto incompatibile con le previsioni europee e le regole del mercato, oltre che lesivo dell’interesse pubblico, in quanto lo stato avrebbe rinunciato a incassare denaro.

In Parlamento, PD, UDC, Idv e Lega avevano votato per mutare il sistema nel segno di un’asta competitiva a titolo oneroso, gridando al conflitto di interesse tra la decisione del precedente governo e la posizione di Mediaset, tanto che nei giorni scorsi la Commissione Finanze della Camera aveva approvato il mutamento di scelta del governo Monti. Due giorni fa, tuttavia, è giunta notizia che Mediaset avrebbe impugnato dinnanzi al TAR la decisione della Camera, cosa che viene seccamente smentita dal presidente Fedele Confalonieri, il quale conferma solo che si tratti di un’impugnazione davanti al giudice amministrativo del provvedimento del governo, sospensivo del beauty contest e per il quale le reti avevano già effettuato depositi cauzionali per gli investimenti.

L’emendamento al decreto fiscale comporta numerose e significative novità, che stravolgono la precedente disciplina. Senza volere entrare nei dettagli tecnici dell’assegnazione delle frequenza, materia abbastanza complessa, Passera ha previsto che i lotti possano essere assegnati con differenziazioni temporali, in modo da riaprire l’asta nel 2015 e rendere disponibile l’ingresso anche degli operatori radio.

Ma la novità più clamorosa riguarda la previsione di separare gli operatori di rete da quelli di contenuti. In sostanza, i primi acquisterebbero le frequenze, pagandole, ma poi avrebbero l’obbligo di legge di vendere almeno il 60% di esse agli operatori di contenuti (le TV vere e proprie), in modo competitivo e in condizioni di uguaglianza. In questo modo, il governo intenderebbe aprire all’ingresso di nuovi soggetti e in condizioni di accesso paritarie, come già avviene in altri settori, dove la separazione tra rete e servizio si è resa necessaria per garantire la concorrenza nei mercati a cosiddetto “monopolio naturale”.

Va detto, tuttavia, che la situazione è molto complessa e il presidente Confalonieri ha ribadito anche in questa circostanza quanto già aveva sostenuto in un incontro con i parlamentari nei mesi scorsi, ossia che per il mercato televisivo non potrebbe essere previsto quanto accade per le frequenze mobili, in quanto per queste bisogna effettuare un investimento una volta per tutte, mentre le TV dovrebbero comprare le frequenze e poi dovrebbero sborsare altro denaro per riempirle di contenuti.

Quanto ai ricavi, una stima di Mediobanca suggerirebbe che il governo potrebbe incassare fino a 1,1-1,2 miliardi di euro, una cifra che Mediaset ritiene eccessiva. Anche perché più di un analista teme che per lo stato potrebbe entrare molto meno denaro del previsto, qualora i due maggiori operatori sul mercato, ossia Rai e Mediaset, decidessero di non partecipare all’asta, cosa che escluderebbe una competizione accesa tra i privati restanti.

E proprio Cologno Monzese parrebbe intenzionata a non partecipare alla gara, malgrado il ministro Passera abbia rassicurato che la modifica al regolamento dell’asta non limiterà la capacità di ingresso di alcun operatore.

Il nodo dell’asta cade in una fase difficile per Mediaset, che due giorni fa ha pubblicato i dati del primo trimestre 2012, che confermano le criticità di quest’ultimo anno. La raccolta pubblicitaria sarebbe calata su base annua del 10%, dopo già il difficile ultimo trimestre del 2011, mentre il tonfo sarebbe stato evitato in buona parte solo dai canali free e pay.

Tuttavia, l’ad Giuliano Adreani ha cercato di diffondere un pò di ottimismo, ricordando che l’azienda ha dato mandato a due grossi operatori internazionali di occuparsi dell’aumento della raccolta pubblicitaria sul web. Allo stesso tempo, il responsabile Pay TV, Franco Ricci, ha confermato che quest’anno per i canali pay non sarà raggiunto il break-even, obiettivo che pareva alla portata già nel 2010, ma che nel 2011 si è allontanato, per via di quella perdita operativa di 68,5 milioni.

Il presidente Confalonieri, invece, ha voluto esprimere il suo stupore per la quotazione eccessivamente bassa del titolo a Piazza Affari, che nelle ultime sedute viaggia intorno a 1,8 euro per azione, ricordando come fosse eccessiva anche la quotazione di 50 mila lire di parecchi anni fa, corrispondenti ai 25 euro attuali. Ma si tratta del mercato, ha aggiunto, e dobbiamo accettarlo.

 

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