Co.Co Bond, cosa sono e quali rischi presentano

Negli ultimi tempi, per chi segue le cronache finanziarie delle banche sarà capitato certamente di avere sentito l’espressione “strumenti ibridi” o “obbligazioni ibride”, in relazione ad alcune emissioni di banche europee, italiane incluse, specie con riguardo alla loro valutazione da parte dell’Eba, in sede di determinazione del famoso Core Tier1, indice di patrimonializzazione primaria, che dovrà essere portato almeno al 9% entro questo giugno 2012. In gergo, parliamo dei cosiddetti Convertible Contingent Bond, in sigla Co.Co Bond. A dispetto del loro nome, non si tratta di qualche strumento finanziario degno di una meta esotica, bensì di un titolo che andrebbe bene attenzionato da parte del risparmiatore, qualora gli fosse proposto di sottoscriverlo.

I Co.Co Bond sono letteralmente le “obbligazioni convertibili all’occorrenza”. Si tratta di titoli di credito (obbligazioni, appunto), che le banche  emettono, riservandosi la facoltà di trasformarli in azioni (capitale), qualora ve ne fosse bisogno.

E il bisogno di cui sopra si ha quando determinati indici patrimoniali scendono al di sotto di un livello ritenuto di guardia. Un indice molto diffuso e utilizzato dalla stessa Eba, l’associazione bancaria europea, per determinare il grado di patrimonializzazione di una banca è il Core Tier1 ratio. Esso è dato dal rapporto tra il capitale primario (capitale versato + utili/perdite) e le attività ponderate per il rischio, ossia il monte-prestiti verso imprese e famiglie. Una banca potrebbe, ad esempio, decidere di convertire un’obbligazione ibrida, qualora il Core Tier 1 ratio scendesse sotto una certa percentuale, la stessa dichiarata e comunicata al risparmiatore in sede di sottoscrizione del titolo.

Questo significa che in tale evenienza, il risparmiatore si ritroverebbe ad essere azionista della banca, perdendo il diritto alla riscossione periodica della cedola e assumendosi il rischio connesso alla detenzione del capitale. Da un punto di vista del bilancio di un istituto, si tratta di un’operazione che aumenta il patrimonio attivo, perché trasforma automaticamente un debito in capitale, innalzando per ciò stesso il numeratore del rapporto del Core Tier1.

Rispetto a una consueta obbligazione convertibile, un Co.Co Bond presenta la peculiarità che non esiste una scadenza precisa a cui avviene la conversione in capitale, né è detto che essa si realizzi. Infine, spetta solo all’emittente decidere sul tale conversione, che il sottoscrittore subirebbe unilateralmente.

Per questo, i Co.Co Bond offrono spesso rendimenti più allettanti delle altre obbligazioni, con un premio anche di un paio di punti percentuali, che porta gli interessi in favore dei sottoscrittori a livelli anche del 10% circa all’anno, sulle scadenze di medio-lungo termine.

Tuttavia, come in ogni operazione apparentemente allettante si nasconde la possibilità di un’insidia. Qui, non ci sono meccanismi complessi da comprendere, non parliamo di un titolo derivato. Però, sottoscrivere un Co.Co Bond significa assumersi il rischio di dover essere partecipi delle perdite dell’istituto, nel caso questi richieda la conversione. In più, dal momento che tali azioni verrebbero acquisite a causa di difficoltà patrimoniali, è evidente come vi sia la prospettiva seria per il neo-azionista di vedere scendere ulteriormente il valore del capitale in possesso, subendo chiaramente delle perdite.

Non è un caso che spesso tali emissioni sono riservate agli investitori istituzionali, così come non è un caso poi che questi strumenti siano letteralmente esplosi negli ultimissimi anni, ossia in coincidenza con l’emergere dei problemi patrimoniali delle banche europee. Si calcola, ad esempio, che entro il 2018 potrebbe arrivare a 700 miliardi di euro la massa di questi titoli nel mondo, qualora le banche dell’Eurozona ne facessero un ricorso massiccio.

Tuttavia, negli ultimi mesi, dopo un vero boom, la crescita di questi strumenti ibridi, a metà tra credito e capitale, è rallentata vistosamente. Ciò è dovuto essenzialmente alle previsioni della cosiddetta Basilea III, cioè della sfornata di nuove regole più stringenti per le banche, che prevede una loro considerazione solo parziale come capitale, con svalutazione in ragione del 10% annuo, nel caso in cui non siano previsti tagli nominali a tali titoli, al verificarsi di determinate difficoltà.

In sostanza, la ratio sarebbe questa: non si può chiedere il riconoscimento dei Co.Co Bond come puro capitale, se poi non presenta caratteristiche di rischio a carico del possessore, come nel caso delle azioni.

Poiché tali nuove previsioni dovrebbero entrare in vigore a partire dall’1 gennaio 2013, le banche si starebbero già attrezzando, evitando di emettere nuove obbligazioni di questo tipo, visto che non potrebbero poi goderne da un punto di vista della condizione patrimoniale.

A frenare, infine, la crescita di questi strumenti sono gli stessi rendimenti proibitivi che gli emittenti sarebbero costretti ad offrire, per attirare clientela. Ma non tutti sono negativi sulla loro natura. Alcuni analisti ne sottolineano la portata sanzionatoria preventiva nei confronti dei manager bancari.

Infatti, la stessa conversione dei bond in azioni determina la crescita della massa di queste ultime, a discapito del loro valore. Ma questo spinge i vecchi soci a sgradire tale operazione e, pertanto, gli amministratori devono tenerne conto, onde incorrere nel rischio di essere licenziati.

 

 

 

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