Fuga da Piazza Affari, nemmeno la borsa resta più italiana

La sensazione è netta: gli investitori sono letteralmente in fuga dall’Italia. Se due giorni fa l’allarme è stato lanciato dall’agenzia di rating Fitch, che dimostrava come la percentuale di debito pubblico nostrano acquistata dagli stranieri sia scesa da oltre la metà a circa un terzo, altri dati e fatti dimostrano come i capitali prendono la via dell’estero, mentre il sistema Italia sprofonda in una crisi di credibilità e di appetibilità degli investimenti. Qualche mese fa aveva fatto scalpore il fatto che un marchio molto importante per il nostro made in Italy, Prada, abbia deciso di quotarsi presso la borsa di Hong Kong e non a Milano. Poco dopo, un altro marchio storico, Benetton, prendeva una decisione altrettanto traumatica: uscire da Piazza Affari. I quattro fratelli di Ponzano Veneto, dunque, lanciano un’Opa sulle azioni rimanenti non ancora in loro possesso, finalizzata al “delisting”, ossia alla fuoriuscita dalla borsa.

E che Milano non sia messa bene lo dimostra anche il fatto che nel solo 2011 ha perso il 23% del suo valore complessivo di capitalizzazione, a causa della bufera finanziaria che si è abbattuta in modo particolare contro il nostro Paese.

Ma anche ieri un altro fatto ha confermato la crisi in cui versa il sistema Italia. Malgrado la notizia non abbia fatto scalpore, sarebbe di quelle che andrebbe bene analizzate. Unicredit e Intesa, ossia i due gruppi bancari più grandi del nostro Paese, hanno comunicato di avere ceduto tutte le loro rispettive partecipazioni in London Stock Exchange, la società londinese che controlla Borsa Italiana. Unicredit ha venduto 16,6 milioni di azioni, pari al 6,1% del capitale, ricavando 197,6 milioni di euro. Intesa ha ceduto 14,5 milioni di azioni, pari al 5,4% del capitale, ricavando 172,5 milioni. I titoli sono stati venduti a un prezzo di 960 pence cadauno, generando così un utile netto consolidato rispettivamente di 120 e di 105 milioni.

L’operazione è stata coordinata da Morgan Stanley, in questi giorni nell’occhio del ciclone per il caso Facebook, la cui Ipo è stata un fallimento. La banca americana ha funto da bookrunner, mentre Banca IMI, Unicredit Bank AG e London Branch hanno fatto da passive joint-bookrunner.

Fatto sta che il risultato di questa operazione è che i soci italiani in Lse sono scesi da una precedente partecipazione complessiva del 15% all’attuale 3%, che è detenuto da Banca Sella, Finnat e Emittente Titoli. In altri termini, gli italiani controllano Piazza Affari solo per il 3%, meno di un trentesimo, quando, invece, nel 2007, anno della fusione tra la società inglese e Borsa Italiana, la loro quota era complessivamente al 28%, rappresentando i soci di maggioranza.

E’ successo che in soli cinque anni, quello che poteva essere un patrimonio da valorizzare, è andato dissipato, per via di una mancanza di coordinamento tra gli azionisti italiani, che non ha consentito loro di fare gioco di squadra e di fare valere il proprio peso nell’azionariato. La contestuale crisi finanziaria dal 2008/2009 in poi ha fatto il resto.

Ma se gli italiani non controllano la società che gestisce la propria piazza finanziaria, chi sono i soci di maggioranza? Gli arabi! La Borsa di Dubai già oggi possiede il 20,6% delle azioni della Lse, mentre il fondo sovrano qatarino, il Qatar Investment Authority, detiene un altro 15%. Ovviamente, ciò non è un male, il dato negativo è semmai come anche grandi istituti bancari nazionali non siano stati in grado di mirare al controllo della società o di detenerne una quota consistente.

Sono troppi i segnali che ci inducono a pensare che Piazza Affari debba rinnovarsi, se vuole attirare nuovi capitali. Già lo scorso anno, il presidente della Consob, l’autorità di vigilanza sulle società quotate, aveva proposto e annunciato la presentazione di una regolamentazione differenziata per le piccole imprese che volessero quotarsi e ciò al fine di attirare Ipo. Infatti, lo stesso Giuseppe Vegas aveva dovuto ammettere che l’attuale sistema di quotazione in Italia resta un processo molto oneroso, non accessibile spesso alle piccole realtà aziendali, molto complicato da un punto di vista burocratico e, pertanto, poco o nulla conveniente per i piccoli imprenditori.

Regole snelle e poco costose, quindi, per attrarre nuovi soggetti e ampliare la platea dell’offerta. Ma bastano? Il punto è che le società italiane quotate restano poco allettanti per le prospettive fosche della nostra economia e qui Borsa Italiana non può nulla. Tuttavia, anche l’annuncio di ieri che Bruxelles ha trovato un’intesa per introdurre la cosiddetta Tobin Tax per le piazze finanziarie europee non aiuta e rischia di esacerbare il deflusso di capitali.

Vero è che la tassa riguarderebbe tutta l’Europa, ma è chiaro che sarebbe un ennesimo dato negativo che gli investitori avvertirebbero sulla già fragile situazione di Piazza Affari.

Altro aspetto è poi legato al fatto che in Italia la regolamentazione è molto più complessa di quella in vigore all’estero, per via di una eccessiva frammentazione di compiti tra varie autorità di vigilanza (Antitrust, Consob, Isvap, Banca d’Italia), che allunga i processi decisionali e crea minore trasparenza nel rapporto tra controllore e controllato.

 

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