Dramma spread, BTp a 10 anni oltre 6% all’asta

Si allarga il divario tra Roma e Berlino, in termini di rendimenti sui rispettivi bond pubblici. Oggi, sul mercato secondario si sta registrando una seduta drammatica, che vede lo spread decennale BTp-Bund oltre i 480 punti base. Ormai, i nostri BTp con scadenza 2022 rendono oltre il 6% e non solo, come vedremo, sul “grey market”. La situazione è gravissima. La Spagna è letteralmente sotto attacco da parte degli investitori, che stanno vendendo Bonos, sulla prospettiva che Madrid sia costretta presto a chiedere aiuto al Fondo salva-stati europeo. E preoccupa la stessa situazione di Atene, che in vista delle elezioni politiche del 17 giugno si dilania tra restare o meno in Europa, tra fallire o no e, soprattutto, sul come restare nell’Eurozona ed evitare il default, visto che nuovi sacrifici sono quasi impossibili da fare digerire alla popolazione.

E così l’Italia è anch’essa nel mirino dei mercati, come dimostrano sia lo spread che l’andamento di tutte le ultime aste, in particolare, delle tre di questa settimana, che hanno visto una reale esplosione dei rendimenti offerti sui titoli.

Oggi toccava ai BTp a 5 e a 10 anni, ossia al segmento più delicato del mercato, perché è quello più esposto ai riflettori mediatici. Si è tratta di una brutta asta, che ha visto la crescita imponente dei rendimenti per il segmento quinquennale e più contenuta per quello decennale. Nel primo caso, la prima tranche del bond con scadenza 01/06/02017 è stata assegnata per complessivi 2,39 miliardi, molto al di sotto del massimo previsto della forchetta, pari a 3,5 miliardi. La domanda è stata pari a 4,854 miliardi, per un rendimento medio lordo del 5,66%, in netto aumento dal precedente 4,85%. Male anche il decennale, con la settima tranche del bond con scadenza 01/09/22 che ha riscontrato richieste per 3,266 miliardi, a fronte di una forchetta prevista tra 2 e 2,75 miliardi. Il rendimento ha travalicato la barriera del 6%, arrivando a un tasso medio lordo del 6,03%, in crescita dal precedente 5,84%.

Dunque, scarsa domanda e alti rendimenti. Si pensi che sul mercato secondario tedesco, i titoli a dieci anni vengono venduti a un rendimento dell’1,35%, mentre quelli a 30 anni sono sotto il 2%. Ieri, il Tesoro ha dovuto offrire oltre il 2% per i BoT a sei mesi, segno evidente della ormai enorme distanza tra quanto accade a Berlino e quanto è costretta a subire l’Italia.

Nella pratica, il primario si è adeguato al secondario e siamo ai livelli di spread di inizio gennaio, mentre torniamo a rendimenti grosso modo simili a quelli offerti alla fine dello scorso anno, quando l’Italia era al centro della bufera finanziaria.

Oggi, in particolare, i mercati temono che la Grecia possa effettivamente uscire dall’Eurozona e tornare alla dracma, contemporaneamente a un rovinoso default, sia anche che la Spagna sia costretta presto a fare ricorso all’Esm, ossia al Fondo europeo permanente salva-stati, a causa delle sue difficoltà finanziarie e del tracollo del sistema bancario.

Pare che la fiducia verso l’Eurozona sia oramai ai minimi e difficilmente invocazioni e dichiarazioni retoriche da parte di Bruxelles freneranno la fuga degli investitori. Si pensi che l’agenzia di rating Fitch ha diramato qualche giorno fa alcuni dati, per cui il debito italiano nelle mani di investitori stranieri è sceso da una quota del 50% a una del 32%, mentre quello spagnolo è passato dal 60% al 40% di fine 2011.

In sostanza, il rifinanziamento del nostro debito è possibile solo a rendimenti crescenti e tramite la domanda nazionale. Ma se anche quest’ultima, per via della difficile situazione economico-finanziaria, dovesse venire meno, allora il banco salterebbe. L’appiattimento della curva dei rendimenti, nei fatti, dimostra proprio che gli investitori sono preoccupati per quanto potrebbe accadere in Italia e nel resto di Eurolandia, entro i prossimi mesi e qualche anno. Non è un caso, quindi, che l’impennata dei tassi riguardi il tratto medio-breve della curva, mentre gli aumenti sono più contenuti sul tratto a medio-lunga scadenza.

Fino ad oggi, tuttavia, grazie alla domanda abbondante, il Tesoro ha sempre potuto rifinanziarsi ai massimi delle previsioni, sebbene offrendo rendimenti più alti sui bond di nuova emissione. L’asta di oggi, ahinoi, potrebbe rappresentare un punto di svolta negativo, come dimostrato anche dal calo nelle aste precedenti del rapporto di copertura. In pratica, il gioco degli alti rendimenti che attirano domanda potrebbe non funzionare più, perché l’avversione al rischio sarebbe divenuta tale, da rendere pericoloso per gli investitori rischiare e molto oneroso per lo stato inseguire i primi, nel tentativo di intercettare le loro richieste.

Nell’immediato, il capitolo più spinoso riguarda le banche iberiche, con Bankia che avrebbe bisogno di nuovi capitali per 19 miliardi e che la Spagna potrebbe concederle (la banca è stata nazionalizzata pochi giorni fa), ricorrendo ai prestiti dell’Esm. Ma ammesso che fosse risolto anche questo problema, ci sarebbe comunque da passare sotto le forche caudine greche, che si presenteranno a metà giugno, quando Atene avrà un nuovo governo. La sensazione è che filo-Memorandum o meno, al prossimo esecutivo ellenico spetterà transitare la Grecia fuori dall’Area Euro. Teniamoci forti!

 

 

 

 

 

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