Gli Usa sfidano la Cina, i B52 sorvolano le Senkaku

La battaglie tra Cina, USA e Giappone per gli scogli delle isole Senkakucomincia nel diciottesimo secolo e ancora oggi non sembra trovare una soluzione pacifica. L’Europa sembra ignorare il problema; eppure, questi scogli potrebbero diventare la Crisi di Cuba del nostro secolo.

Queste isole si trovano tra il Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale e da secoli sono oggetto di un serrato braccio di ferro tra le tre superpotenze mondiali per il controllo di queste acque ricche di banchi di pesci e potenzialmente abbondanti di riserve di idrocarburi. Si trovano, infatti, al centro di importanti rotte commerciali e militari: è stato calcolato che entro 20 anni il 90% del petrolio orientale passerà da quelle parti.

Il Giappone fa risalire i propri diritti al 1894, ai tempi della guerra Sino-Giapponese; gli Stati Uniti d’America le occuparono, invece, dal 1945 al 1972. A partire dall’inizio degli anni settanta, sia la Repubblica Popolare Cinese che il Giappone hanno affermato la loro rispettiva sovranità sulle isole. Hanno, poi, portato la questione all’attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1972, al momento del trasferimento dei poteri amministrativi dagli statunitensi ai nipponici. Le isole vengono inserite nella prefettura di Okinawa, che viene restituita nel 1972 al Giappone col trattato di sicurezza tra USA e Giappone, con la previsione che una eventuale difesa delle isole da parte dei giapponesi possa obbligare gli Stati Uniti a fornire loro sostegno militare. Tuttavia, la Cina non ha mai riconosciuto questo patto. Oltre a ragioni storiche, il seme del conflitto è stato piantato ulteriormente con la scoperta del petrolio nella zona.

L’undici settembre il governo cinese ha inviato due pattugliatori per riaffermare la propria supremazia nella zona. La missione ha avuto luogo lo stesso giorno dell’acquisto da parte del Giappone di tre delle Senkaku dalla famiglia Kurihara. La notizia dell’acquisto ha provocato nei giorni successivi una nuova serie di violente manifestazioni in Cina, dove i dimostranti hanno distrutto prodotti e sedi di società giapponesi. Diverse aziende nipponiche hanno temporaneamente chiuso le loro filiali in Cina, mentre il governo di Pechino ha minacciato sanzioni economiche contro Tokyo. Il 23 novembre la Cina ha optato per un’azione più incisiva: ha imposto alle compagnie aeree di comunicare i piani di volo su tutto il Mar Cinese Meridionale, quindi anche sulle Senkaku. Ovviamente, questa iniziativa ha destato tanto nervosismo a Tokyo quanto a Washington. Gli Stati Uniti e gli alleati asiatici chiave, tra cui il Giappone e la Corea del Sud, hanno criticato questo atto di forza di Pechino e il Pentagono è stato costretto a mostrare che la decisione cinese non è da considerarsi vincolante. In questo contesto va inquadrata l’operazione militare americana delle isole Senkaku, di cui i media americani, di solito reticenti a comunicare le strategie militari in zone sensibili, hanno dato ampio risalto. Due B-52, decollati dalla Andersen Air Force Base di Guam hanno sorvolato le isole, violando le regole stabilite dalla Cina, per contestare la sovranità cinese. La Cina aveva minacciato un’azione militare contro velivoli che sarebbero entrati nella zona senza preavviso, ma non ha attaccato i B-52, che comunque non erano armati e facevano parte di una pianificata esercitazione militare.

Quella degli USA è stata, da un lato, una sfida a Pechino, un avvertimento militare diretto, ma anche una mossa per calmare le tensioni nella zona, rassicurando gli alleati della supremazia militare americana. Tranquillizzato dall’accaduto, il capo di gabinetto Yoshihide ha fatto sapere che: “Le misure della Cina non hanno alcuna validità nel nostro Paese, non possiamo accettare degli obblighi abusivi sui nostri aerei”.

Delineando un nuovo spazio aereo, la Cina sembra aver fatto davvero una mossa decisiva per un scontro non solo con il Giappone e gli Stati Uniti, ma anche con la Corea del Sud e Taiwan, che hanno le proprie zone di difesa aerea sovrapposte con quella della Cina. Facile vedere in questa operazione una strategia a lungo termine per cercare di cambiare gradualmente lo status quo nel Mar Cinese Orientale. Concreto il timore è che senza un intervento da parte degli Stati Uniti, Tokyo possa sentire la necessità di scontrarsi apertamente con Pechino.

“Gli Stati Uniti sono stati misurati nella loro risposta, ma sia chiaro che riconoscono al Giappone il controllo amministrativo delle isole Senkaku”, ha detto Nicholas Consonery, un diplomatico americano alla CNN. Le premesse per un conflitto ci sono tutte, perché il fulcro del delicato equilibrio della zona è rappresentato dagli USA, la cui posizione è percepita sempre più debole dai governi del sud est asiatico. La Casa Bianca ha fatto sapere che la disputa territoriale tra Cina e Giappone dovrebbe essere risolto diplomaticamente. “La decisione annunciata dai Cinesi durante il fine settimana è inutilmente provocatoria”, ha detto il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest.

La pressione del Drago cinese sta gettando tra gli artigli dell’Aquila americana amici e nemici di ieri. Tuttavia, la forza cinese dal punto di vista economico, politico e militare è tale che ad oggi Obama ha collezionato solo una serie di flop in Asia, che alla lunga rischiano di essere considerati da Malesia, Filippine, Australia e Vietnam come un ulteriore segno di declino degli Stati Uniti. Non è passato in osservato che, di fronte alla richiesta di aiuto proveniente dall’America, non in grado da sola di sostenere la ricostruzione nelle Filippine, la Cina abbia risposto picche e la cosa potrebbe, nel lungo tempo, indirizzare il governo filippino verso politiche più vicine alla Repubblica popolare cinese.

Pechino, Washington e Tokyo sanno che controllare quella zona, considerata l’autostrada dello sviluppo dell’Asia, vuol dire controllare il Pacifico, la pace e la guerra e per questo la possibilità di un conflitto dei nostri tempi, ma eredità di imperi e faide che sembrano non terminare mai, si fa ogni giorno più concreta.

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