Il Drone MQ-28 Ghost Bat di Boeing: Invisibile ai Radar e Vittorioso nei Test Chiave negli USA

Una sagoma slanciata, un sibilo basso, lo sguardo al cielo fermo su un velivolo che c’è ma quasi non c’è. È il momento in cui capisci che l’aeronautica sta cambiando davvero: il “pipistrello fantasma” vola e sfugge ai radar.

C’è un nome che cattura: MQ-28 Ghost Bat. Suona come un fumetto, ma è molto concreto. È un drone a lungo raggio, sviluppato da Boeing con l’Australia. Nasce per affiancare caccia e aerei radar, non per sostituirli. Fa da scudo, da sensore, da braccio lungo. E oggi sta guadagnando attenzione anche negli Stati Uniti.

È un aereo grande, non un giocattolo. La lunghezza dichiarata è di circa 11,7 metri. L’autonomia supera i 3.700 chilometri in profilo da trasferimento. Il muso, lungo circa 2,6 metri, è modulare: ci metti un radar, un pacchetto di guerra elettronica, una telecamera a lungo raggio. Cambi missione senza cambiare aereo. La fusoliera è liscia, con prese d’aria schermate. Già a terra comunica una cosa semplice: punta a non farsi vedere.

Cos’è il Ghost Bat e perché interessa agli USA

Il Ghost Bat rientra nella famiglia dei “Loyal Wingman”. Significa compagno di volo per F-35, F/A-18 ed E-7. Sta più avanti, più in alto, o più in silenzio. Raccoglie segnali. Allunga l’occhio e l’orecchio del gruppo. Se serve, assorbe rischi che un pilota non dovrebbe correre. È progettato per decollare da basi austere e per operare in branco, collegato via data link sicuri.

Negli USA questo concetto è caldo. Le forze armate cercano soluzioni “collaborative” e meno costose dei caccia tradizionali. Il contesto è chiaro: minacce a lungo raggio, mari larghi, radar sempre più acuti. Un team misto, con velivoli con e senza pilota, diventa una risposta logica. Da qui l’interesse verso piattaforme come il Ghost Bat.

“Invisibile ai radar”? Cosa hanno davvero provato

Arriviamo al punto. Nelle ultime settimane, il Ghost Bat ha completato una campagna di prove negli USA, con valutazioni dedicate alla firma elettromagnetica e voli su poligoni di test. Gli esaminatori hanno verificato la capacità di “sparire” su più bande, grazie a forme pulite e materiali assorbenti. “Invisibile ai radar” è un modo rapido per dirlo, ma la definizione corretta è “bassa osservabilità”. Riduci la traccia, la sposti dove il nemico guarda meno, scegli quando “accenderti”.

Qui serve onestà: non ci sono dati pubblici sui numeri esatti della sezione radar. Boeing non ha diffuso misure ufficiali. Si parla di esito positivo dei test e di conformità agli obiettivi, ma senza cifre verificabili. In volo, il velivolo ha dimostrato stabilità, autonomia coerente con i profili pianificati e integrazione con collegamenti tattici. Anche su questo, i dettagli restano sobri: niente piani di acquisto USA annunciati, nessun impiego operativo dichiarato.

Immaginate uno scenario reale. Una coppia di F-35 mantiene il silenzio radio. Davanti a loro, due Ghost Bat aprono la strada. Uno ascolta i radar avversari. L’altro scandaglia con un sensore passivo. La pattuglia decide se procedere, eludere, confondere. La scelta non nasce da un atto di magia, ma da un mosaico di segnali discreti, orchestrati in tempo quasi reale.

C’è poi un aspetto umano. Ci fidiamo di un compagno “senza pilota” che prende l’iniziativa entro regole chiare? Accettiamo che la protezione di chi vola in cabina passi da un velivolo che non vediamo quasi sui radar? Forse la domanda giusta è un’altra: quando il cielo si fa più affollato di sensori che di scie, quanto vale saper esserci senza farsi notare?