Alcoa chiude stabilimento sardo, a rischio 1.000 posti

Il colosso americano dell’alluminio Alcoa ha deciso di chiudere lo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, oltre ad altri due in Spagna, a La Coruna e Aviles. La decisione è stata adottata dalla società, in considerazione degli alti costi, che avrebbero reso non conveniente la produzione.

In particolare, Alcoa eccepisce gli alti costi per l’energia, che dal 1996 ad oggi erano stati dimezzati con tariffe agevolate, grazie a interventi pubblici, che sarebbero in scadenza alla fine del 2012. Contro una media di mercato di 70 euro per chilowattora, la società ha potuto pagare esattamente la metà, tra 34 e 36 euro a chilowattora, ma si vocifera dell’intenzione della UE di non confermare più tali aiuti, considerandoli aiuti di stato.

La situazione rischia di essere incandescente a livello occupazionale, dato che la chiusura della fonderia comporterebbe la perdita diretta di 500 posti di lavoro, a cui dovranno aggiungersi altri 500 posti dell’indotto.

Alcoa sta facendo i conti con un calo alto dei prezzi dell’alluminio, pari all’11% negli ultimi tre mesi, che hanno fatto chiudere l’ultima trimestrale in perdita per 193 milioni, contro un utile netto di 258 milioni dello stesso trimestre del 2010. Tuttavia, il fatturato è in crescita da 21 a 25 miliardi, così come gli utili del 2011, cresciuti dai 254 milioni del 2010 a 611 milioni.

Per questo, i sindacati sono inferociti, ritenendo che l’azienda abbia beffato l’Italia, dopo avere beneficiato di quindici anni di tariffe agevolate, che avrebbero comportato per Alcoa un risparmio di almeno 2 miliardi di euro.

Il governo ha proposto con il ministro allo Sviluppo, Corrado Passera, una sorta di congelamento della situazione fino al 3 febbraio, a cui Pittsburgh ha risposto di no e che sarebbe servito a studiare una strategia per evitare il più possibile l’addio della società all’Italia.

 

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