Dopo l’oscuramento di Megaupload, parte il contrattacco della rete e di Anonymous

Giovedì c’era stato il vero e proprio fulmine a ciel sereno che aveva turbato milioni di navigatori: la chiusura improvvisa del tredicesimo sito al mondo per volume di traffico: Megaupload.com e tutte le sue derivazioni, tra cui il famosissimo Megavideo. Il black out ad opera dell’Fbi, che non si era limitata a “spegnere” il gigantesco sito di file-sharing e streaming, ma aveva anche proceduto all’arresto immediato dei suoi proprietari, impegnando ben 70 agenti in un blitz a sorpresa. Un evento sconcertante e senza precedenti, che nei suoi esatti termini dovrà essere doverosamente chiarito dalle autorità all’opinione pubblica internazionale, ma che per ora ricorda più la Cina oscurantista che la patria della “libertà di espressione”, ossia gli Stati Uniti.

Ad ogni modo, la chiusura di Megaupload ha scatenato una immediata rappresaglia del più noto e sfuggente gruppo di hacker al mondo, il famigerato Anonymous, che durante ieri notte ha annunciato l’iniziativa tramite Twitter.

Utilizzando un massiccio attacco di tipo “denial of service” sono stati quindi resi inaccessibili per alcune ore i siti web dell’Fbi, del Dipartimento della Giustizia statunitense, delle case discografiche Universal e Warner Music, dell’US Copyright Office, e non ultimi quelli delle “cattivissime” Mpaa e Riaa, rispettivamente le associazioni degli industriali della cinematografia e discografia, i più accaniti persecutori della diffusione online di contenuti protetti da copyright. Secondo gli organizzatori sarebbe stato il maggior attacco informatico del gruppo Anonymous (e forse della storia) per l’altissimo numero di partecipanti, stimati in circa 6000 utenti. Ma è già noto che la “vendetta” del web non si fermerà certo qui, visto che sono già state aperte centinaia di discussioni e pagine tematiche su Facebook, sia per trovare nell’immediato dei siti alternativi dove reperire materiale, sia allo scopo di sfogare la rabbia per l’episodio ed organizzare proteste e boicottaggi ai danni delle “lobbies” del diritto d’autore. Nel frattempo, la posizione dei detentori di Megaupload appare oltremodo delicata: le autorita’ federali li accusano di esser parte di  una “organizzazione criminale” che grazie alla pirateria informatica avrebbe causato circa 500 milioni di dollari di danni per “copyright infringement”.

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La corte di Auckland (Nuova Zelanda) ha già convalidato l’arresto di Kim Schmitz, meglio noto come Kim Dotcom, e Mathias Ortmann, che rimarranno in custodia fino a lunedì prossimo, in attesa di una eventuale uscita su cauzione. Ma sono in tutto 7 le persone incriminate per l’affare Megaupload, e sul tappeto ci sono i profitti di quasi 200 milioni di dollari generati dalle visite ai siti e dagli account “premium” (a pagamento) che era possibile sottoscrivere per avere un servizio più efficiente, e che secondo l’accusa provengono nel complesso da una attività ora considerata “illecita”.

Molti interrogativi e poche certezze, tra le quali una: sperando che i creatori di Megaupload non diventino il “capro espiatorio” di un (mal?)costume che in realtà è una vera e propria “prassi” nella rete, e che andrebbe analizzato in maniera più moderna e non con metodi alla “Robocop”, di sicuro questa storia più che una “fine” rappresenta l’inizio di qualcos’altro.

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